Giacomo Leopardi

Il pensiero di Leopardi? Uno Zibaldone di verità

Come sarà accolto Leopardi in versione anglo-americana? È sbarcato in doppia edizione, britannica e statunitense, con la traduzione del suo ciclopico Zibaldone. Arriva in America dall’estrema, profondissima Europa come un Corpo Estraneo, un relitto mediterraneo naufragato nell’Atlantico, un alieno del pensiero tragico che sbarca senza permesso di soggiorno nelle terre del pragmatismo e dell’ottimismo.

Nessun autore ha saputo guardare in faccia la verità della vita e del mondo come Leopardi. Ci sono più grandi filosofi, grandi scienziati e forse poeti più grandi, ma nessuno ha svelato la condizione umana con la sua implacabile e acutissima lucidità, senza concedere ripari.

La sua opera è la più alta rivelazione della condizione umana; oltre c’è solo la Rivelazione divina. Il pensiero che s’inoltrò sulla sua strada e affrontò i suoi temi – Schopenhauer, Nietzsche, l’esistenzialismo – non superò il suo punto d’arrivo, se non mediante il salto nella fede.

La sua visione della vita e del mondo esclude che anche il dolore, come la gioia, possa essere un pregiudizio soggettivo che altera la sostanza pura della vita, il suo gioco cosmico al di là del bene e del male; a noi tocca solo scommettere che sia solo caso nel caos o destino che si collega a un ordine.

Leopardi si ferma alla disperazione che precede la scommessa e degrada la scommessa a illusione. E tuttavia Leopardi è il poeta e il pensatore più religioso della modernità. Religioso non vuol dire credente né devoto. La sua è una visione radicale e universale sulla vita in rapporto alla morte e al dolore.

Leopardi resta religioso anche nella disperazione: il desiderio ardente di morire che accompagnò sempre la sua breve vita non lo indusse al suicidio. Corteggiò la morte per anni, la invocò tante volte, ma non si lasciò mai conquistare dall’idea di togliersi la vita. Perché, spiegò nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, suicidandosi «tutto l’ordine delle cose saria sovvertito».

La certezza che tutto sia connesso in un ordito, è l’essenza propria della religio e l’idea che infrangere quell’ordine sia il supremo sacrilegio è quanto di più religioso si possa pensare. Che poi dietro la Trama del cosmo, dietro l’ordine di tutte le cose, ci sia un Autore o un’Intelligenza e che dopo la morte vi sia la resurrezione, questo riguarda la fede, non il pensiero di Leopardi.

In lui lo scacco della Fede non segna il trionfo della Ragione, perché il naufragio riguarda ambedue: da qui il suo pensiero tragico, divergente dai Lumi e da ogni storicismo, progressismo o razionalismo. E da qui la sua ultrafilosofia, che al sistema filosofico preferisce il canto, la poesia, lo zibaldone di pensieri sparsi. Perché è rivolta alla vita e al mondo, non alla pura teoria.

Oltre che religioso, il pensiero di Leopardi ha una relazione intensa con l’amor patrio. Sono tante le pagine leopardiane contro il paese natio, contro l’Italia e gli italiani cinici e ridenti, privi di costumi; tutto il pensiero leopardiano e la linea che poi ne discese condannò la retorica patriottarda e le sue pompose finzioni.

Ma è come se volesse rendere l’amor patrio più vero ed essenziale, antiretorico, privo di fanfare, raccolto nella gloria dei «nostri padri antichi» e nel rimpianto di tanta altezza caduta «in così basso loco». Risuona l’amore per l’Italia nei suoi versi e affiora una concezione eroica della vita, che si esprime nel culto dei vinti.

Anche il Leopardi in fuga dalla casa paterna, dalla famiglia e dai suoi precetti, dedica poesie, lettere e pagine di un amore intenso e raro al suo Carissimo Signor Padre che poi diventa Mio Caro Papà, a sua sorella Paolina, a suo fratello Carlo.

Un amore tenerissimo verso la famiglia, non privo di asprezze e rigetti, ma autentico. La famiglia resta l’alveo affettivo leopardiano, la sua solitudine non può essere concepita se non in rapporto alla sua famiglia. Al di sopra dell’amore per la famiglia, per la patria e per la religio, non c’è che l’amore disperato per la verità. Se deve scegliere tra Dio e il Vero, tra la Famiglia e il Vero, tra l’Italia e il Vero, Leopardi sceglie senza indugi il Vero.

Sul piano storico Leopardi colse l’importanza dei pregiudizi e delle illusioni, detestò la politica giacché gli individui «sono infelici sotto ogni forma di governo». Sul piano etico Leopardi lodò la nobiltà dell’inutile, la gloria delle imprese vane. Sul piano estetico riconobbe commosso il primato della bellezza ma sul piano umano contraddisse l’ideale classico del bello e buono, notando che la bellezza insuperbisce chi la possiede mentre la bruttezza incammina verso la virtù.

Il pensiero negativo di Leopardi ha un approdo finale: è l’Oriente, inteso come il luogo simbolico in cui si dissipa ogni illusione legata all’individuo per rifluire e disciogliersi nel grembo assoluto della Natura. Oblio immoto del mondo «e già mi par che sciolte/ giaccian le membra mie, né spirto o senso/ più le commuova, e lor quiete antica/ co’ silenzi del loco si confonda» (La vita solitaria).

La tragedia del vivere per Leopardi risiede nell’individualità che separa dal tutto; viceversa la salvezza, o almeno la pace, è rientrarvi sciogliendosi nel tutto, estinguere la vita individuale nell’oceano dell’essere.

«E il naufragar m’è dolce in questo mare»… Prima di poetare sulla vita e sulla morte, Leopardi adolescente le affrontò sul piano della filosofia; prima d’illuminarsi di luna e d’infinito, studiò gli astri e il cosmo.

Versi che sembrano sgorgati da stati d’animo provengono da lontano, da studi precoci e pensieri sofferti. Stringe il cuore leggere i tanti passi in cui Leopardi confessa il suo disagio di essere al mondo e di sentirsi rifiutato.

Ma se non fosse stato gobbo, brutto, respinto da Silvia e irriso dalla gente, se avesse avuto una vita e un corpo come gli altri, avrebbe mai raggiunto quelle altezze e quelle profondità? Su quali sentieri lo avrebbe dirottato la vita? Non dobbiamo, con la morte nel cuore, benedire crudelmente l’amore negato, il corpo deforme, per i doni sublimi che provocarono?

Del resto lui stesso era consapevole del nesso tra bruttezza e grandezza e si dispose a barattare la vita con la gloria: «Voglio essere infelice piuttosto che piccolo e soffrire piuttosto che annoiarmi». «Il ritratto è bruttissimo: nondimeno fatelo girare costì, acciocché i Recanatesi vedano cogli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il gobbo de Leopardi è contato per qualche cosa nel mondo». Ma pure alla gioia Leopardi aspirò invano: «Ho bisogno d’amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita; il mondo non mi par fatto per me».

Inadeguato al mondo, senza di consolanti vie di scampo, Leopardi mise a nudo la verità della vita. Benché solitario, resta il più fraterno tra i poeti e pensatori. Nei secoli fratello. E ora Brother James.

MV, Il Giornale 25 novembre 2013


Ti potrebbero interessare

José Bergamín Bergamín, il genio scomodo che illuminò l'oscurantismo  ​Come considerare uno scrittore che crede in Dio e nel Diavolo, a cui assegna speciale importanza, che coltiva una metafisi...
Albert Camus Camus, la rivolta come tradizione «Tutti i continenti si rovesceranno sulla vecchia Europa. Sono centinaia di milioni. Hanno fame e non temono la morte. Noi, non sappiamo più mori...
Jean Cau Così il «Cavaliere» di Dürer diventò l'icona eroica della destra nobile e perduta Cinquecento anni fa nel cuore dell'Europa nacquero due gemelli separati della nascita. Uno voleva...
Condividi questo articolo
  • 964
  •  
  •  
  •  



Rispondi