Dio, la più grande scommessa

Ma dove si è nascosto Dio? Non lo trovi in giro, non lo trovi nella vita della gente, non lo trovi nel pensiero, non lo trovi neanche in Chiesa, da qualche tempo. Il vuoto che lascia è gigantesco, tutta la vita nostra si svolge intorno a quel buco nero. Due testi, uno nuovo e uno appena ristampato Lo evocano. Uno è un testo potente e biblico, Il libro di tutti i libri, di Roberto Calasso, il demiurgo dell’Adelphi, che gira attorno a Dio, senza affrontarlo. L’altro, agile, è Sulla fede (Ist. Enciclopedia Italiana) di Giorgio Pressburger per il quale “siamo condannati ad avere fede”.

“Tutti gli dei furono immortali” è invece la citazione ironica che ha dato il titolo a uno strano convegno su Dio nella magnifica certosa di Padula, con una compagnia assortita di testimoni, me compreso, nell’ambito del festival dell’Essere di Vittorio Sgarbi. Declinare l’immortalità al passato è un voluto non-senso, un ossimoro; per renderlo ragionevole dovremmo dire: Tutti gli dei furono creduti immortali. Ma la frase oggi vale a contrario: Tutti gli dei sono creduti inesistenti. In ambo i casi la questione riguarda noi, le nostre convinzioni, non gli dei. Nulla ci dice sulla loro esistenza/inesistenza.

Gli dei, in gruppo o ciascuno, sono morti più volte nella storia, e sono risorti in altre forme. A morire non sono gli dei, ma la nostra percezione di loro.

Della morte di Dio se ne parla dal tempo di Nietzsche. Conosciamo il giorno e il luogo in cui morì Dio: fu il 27 luglio del 1849 nella canonica dove abitava da bambino Nietzsche, A Rocken, in Sassonia. Quel giorno morì suo padre, pastore protestante. La sua morte costrinse la famiglia a lasciare la canonica, a perdere la casa, il luogo dell’infanzia di Friedrich. La morte di Dio annunciata in età matura, è la trasfigurazione della morte prematura di suo padre e dello sfratto dalla Casa del Signore, l’infanzia perduta a cinque anni.

La scomparsa di Dio prese poi la forma della teofobia, e più recentemente dell’ateismo pratico, ossia la rimozione di Dio senza affrontarlo, come se fosse un vaniloquio. E tuttavia la scomparsa di Dio ha fatto proliferare una miriade di surrogati e supplenti – storici, letterari, artistici, filosofici, politici – più uno sciame di divi e divinità passeggere. Al posto di Dio si è inalberata la libertà assoluta dell’Io, un dio che ha perso la testa. Al suo posto c’è l’etica, la legge, l’umanità. Al posto di Dio si ritiene il mondo in preda al Caos e al Caso. Curiosa sorte per un pensiero che respingeva l’idea di Dio come irrazionale e oscurantista e poi lascia le sorti del mondo in balia di un Signore ben più irrazionale e oscuro come il Caos/Caso.

Nel tempo degli dei scomparsi si addice dunque la nostalgia (alla Nostalgia degli dei ho dedicato un libro). Non è la nostalgia dell’Olimpo e del politeismo pagano, ma la nostalgia dei gradini verso il divino; è la nostalgia degli Intramontabili mentre noi tramontiamo, la nostalgia dell’Eterno e dell’Origine. Avere più dei significa riconoscere principi plurali, non consegnarsi a un solo dio terreno (l’Uno si addice al cielo, non alla terra e alle idee che la governano). In terra noi non possiamo conoscere l’intera, assoluta Verità ma solo frammenti: da qui “la poligonia del vero”, di cui parlava Vincenzo Gioberti: la Verità ha tanti lati e noi possiamo conoscerne solo alcuni. La Verità coincide con Dio, ma nessuno ne ha le chiavi e il possesso.

In questa luce chi è Dio? È il nome che diamo alla nostra mancanza, è ciò che non siamo e non possiamo. È il nostro limite. Possiamo andare oltre e dire: Dio è il nome che diamo al Mistero dell’Essere. Perché l’Essere o Dio noi lo intuiamo ma non riusciamo a pensarlo e vederlo per intero, esattamente come la Verità. Noi siamo dentro la sua Intelligenza, pensiamo in Dio. L’Essere-Dio precede il pensare, lo costituisce. Per Heidegger noi sopraggiungiamo troppo tardi per gli dei, troppo presto per l’Essere. Stando nel mezzo, viviamo la sua/loro assenza.

Ma a Dio inteso come Essere o Logos manca il calore affabile, umano, del Dio cristiano; manca Gesù Cristo, la storia, ci manca sua Madre, ci mancano i santi, ci manca la vita, la liturgia. Ci manca la famigliarità col divino, la grazia premurosa della Provvidenza, il conforto, la preghiera e la misericordia. Noi siamo dentro quella storia, quel racconto, quella tradizione e raffigurazione.

In Dio rivediamo il Padre, come Nietzsche vide la morte di Dio nella morte di suo padre. Nella Madonna vediamo nostra madre partita per il suo viaggio estremo stringendo tra le mani il rosario, il passaporto rilasciato dalla fede per accedere all’Aldilà. Illusioni, superstizioni? Meglio che il nulla, sostenne Vico, perché la superstizione è quel che resta, superstite, di verità perdute.

Torno al presente, anzi all’infinito presente globale in cui siamo immersi. La scienza, o la fisica, non confuta né conferma Dio, sposta solo i confini dell’ignoto. Ma non potrà mai illuminare l’infinito. Ci lascia al buio col cerino in mano, e a noi tocca scommettere, come diceva Blaise Pascal, su Dio o sul Nulla. Dio è un rischio, diceva il vecchio Prezzolini. La scommessa va oltre la scienza e oltre il pensare. La nostra mente, il nostro esistere e pensare ci portano a scommettere sull’Essere anziché sul Niente. A garanzia degli imputati di cui non si è provata l’innocenza o la colpevolezza c’è una formula nel nostro ordinamento giuridico: in dubio pro reo, nel dubbio ti assolvo. Nell’incertezza tra l’Essere e il Nulla, tra Dio e la sua inesistenza, scommetti su Dio. In dubio pro Deo.

MV, Panorama n. 46 (2019)

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