El Che, gran Mito, brutta storia

Se non l’avessero ucciso il 9 ottobre di cinquant’anni fa, Ernesto Guevara detto il Che sarebbe un rivoluzionario a riposo, un vecchio patriarca in congedo di 86 anni. Morì invece sul campo, circolarono sue foto da Cristo deposto di Mantegna e morì nel fiore degli anni e della fama.

Perciò oggi ne celebriamo il mito. Dei vecchi miti della sinistra negli anni passati, l’unico rimasto in piedi è lui, El Che. Perché è il mito di un eroe perdente.

“La cosa peggiore che possa accadere a un rivoluzionario è vincere una rivoluzione”, scriveva il poeta sudamericano Arzubide.

Guevara aveva vinto la rivoluzione, a Cuba, ma fu costretto a fuggire da quella vittoria che stava pesando quanto una disfatta. “Ci sono mille modi di suicidarsi – ha scritto Jean Cau – Balzac scelse il caffè, Verlaine l’assenzio, Rimbaud l’Etiopia, l’Occidente la democrazia e Guevara la giungla”.

È bello l’eroe ragazzo che viaggia per il sud America in motocicletta, aiuta i malati e s’indigna per i soprusi. È bello l’eroe generoso che fa la rivoluzione, una dopo l’altra, e muore in battaglia contro gli yankee.

Ma tra le due icone scorre la sua vita di guerrigliero, magari esaltante e un po’ esaltata, ma meno bella. Il mito del Che funziona ancora oggi, ma destoricizzato: tanto più è osannato quanto meno è conosciuto.

Oltre il mito, c’è la sua storia. Guevara fu un fanatico rivoluzionario, uno spietato combattente, un fallimentare ministro dell’Industria e governatore della Banca cubana.

Introdusse a Cuba i campi di concentramento per i dissidenti, guidò i tribunali speciali che condannavano a morte i nemici, veri e presunti. Predicava la nascita di cento Vietnam nel mondo, la lotta armata per espropriare la terra, non era una Madre Teresa di Calcutta al femminile come vogliono farlo apparire.

Come tutti i puri, il Che sarebbe diventato un feroce dittatore se avesse avuto in mano il potere; rispetto a lui Castro era un realista moderato. La sua salvezza fu la cerca della gloria e della purezza che lo condusse, come Garibaldi e gli eroi romantici, a combattere per la causa della libertà di altri popoli.

E quel mito in chiave antiyankee colpì anche a destra, fece proseliti magari ricordando José Antonio o Codreanu, mitici condottieri uccisi alla sua età. Il primo a elogiare Guevara alla sua morte fu Peron che lo vide come un eroe nazionalpopolare argentino contro lo strapotere degli Stati Uniti. Poi vennero Regis Débray e Jean Cau.

Di Guevara, oltre il mito restano i gadget, al supermercato globale.

L’immagine del Che serve a vendere sigari cubani e bustine di zucchero, bottiglie di vino rosso, musica in cd e spartiti che cantano le sue imprese, come i cantastorie di una volta. Il Che è entrato nel mondo dei fumetti e negli orologi che battono l’ora della rivoluzione.

Ci sono pellegrinaggi turistico-ideologici sulle tracce del Che; le compagnie aeree trasformano El Che in uno stewart col basco per sogni esotici a prezzi rivoluzionari.

Guevara fu usato come testimonial per la compagnia telefonica cubana; vanno a ruba le banconote con la sua effigie e la sua firma. C’è persino un Guevara di cera che sembra rubato ai presepi napoletani. Troviamo il Che anche in versione araba e islamica. El Che Akbar.

Ma il suo martirologio è di tipo cristiano.

Tra i santini del Che ce n’è uno con la corona di spine, trasformato in Gesù Cristo. E infine il Che usato come testimonial per fumare le erbe e farsi le canne. È lui il Padrepio della Revoluciòn.

Pubblicai un ironico fotomontaggio, “Viva il Du-Che”. Accompagnai il reportage con foto sconosciute all’iconografia ufficiale dove il top model della Rivoluzione perdeva la bellezza dei suoi famosi ritratti e mostrava i segni delle cure a cui si sottoponeva. Ingrassato, deformato, abbruttito.

Oggi le sinistre italiane lo celebrano, ma da vivo il Che subì una truffa dai comunisti italiani. Vi racconto in breve la storia che pubblicai tanti anni fa con quella copertina. Nei primi anni sessanta il Che era ministro dell’industria di Castro e governatore del Banco Nacional di Cuba.

Decise di far sorgere a due passi dalla spiaggia di Varadero, a Matanzas, una fabbrica di fertilizzanti. A installare l’impianto fu chiamata una ditta italiana: il suo rappresentante era un imprenditore milanese, Stefano Campitelli, che diventò amico e consulente di Guevara e gli procurava le erbe per curare l’asma; e il parmigiano di cui il Che era ghiotto.

Tra la ditta italiana e il Che si intromette però un gruppo di comunisti italiani, che si occupa di garantire il governo castrista dai capitalisti italiani e di fornire tecnici affidabili per compiere l’impresa. Questa società  pretende che le sia pagata una doppia mediazione pari al 10%, dal governo di Fidel Castro e dall’azienda italiana.

Il Che, ingenuamente, firma cambiali e le paga prima che i lavori siano finiti. Ma dopo aver incassato i dollari, la società italiana lascia incompiuta l’impresa e sparisce. Guevara manda allora un suo vice in Italia che va a bussare alla Coop e a varie porte, compresa la sede del Pci alle Botteghe oscure.

Ma non riesce a riavere né i soldi né il completamento dei lavori, poi affidati a un’impresa statale della Germania est.

E così il mitico Che e Fidel Castro furono truffati per un milione di dollari da un gruppo di compagni italiani che magari in casa hanno ancora il poster con il volto di Guevara. Alla faccia del Che…

La cosa migliore che possa accadere a un rivoluzionario è morire giovane, in battaglia, prima che la sua rivoluzione si realizzi, per restare caro agli uomini e agli dei. Da vinti si riesce meglio in fotografia per i posteri.

El Che oggi è solo un’icona. Ma fu vera gloria? Ai poster l’ardua sentenza.

MV, Il Tempo 9 ottobre 2017

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