La notte priva degli esami

Ci fecero pure un film, dopo la canzone di Antonello Venditti, la notte prima degli esami. Diventò la colonna sonora, il romanzo sentimentale, l’autobiografia di una generazione, e insieme la saga di un passaggio, di un’età, di un clima. Di amori e amicizie, di studi, paure e amnesie.

Ora invece siamo alla notte priva degli esami. Una notte lunga, senza giorno. E di primo acchito, con la furbizia dei ragazzi, sembrerà quasi una bella notizia: l’abbiamo sfangata, quest’anno niente esami, e soprattutto niente bocciature. Solo un esame orale da casa su tema a piacere. E un commissario esterno, comunque una cosa più morbida, rassicurante, ecumenica. Se non fosse per il coronavirus diremmo che è il trionfo del modulo 5stelle: uno vale uno e ciascuno vale nessuno, via i meriti, le capacità, gli esami e le competenze, siamo tutti uguali nella rete, reddito universale di maturità per tutti, come raccomanda la setta di Grillology. Ma quest’anno l’emergenza c’è davvero, il virus colpisce ancora e la scuola non sa ancora che pesci pigliare.

La ministra Buridano, al secolo Lucia Azzolina, leggiadra creatura che almeno con la scuola ha qualche relazione rispetto al suo malcapitato predecessore, ondeggia paurosamente tra le ipotesi di chiusura o di ripresa, non dice mai nulla di definitivo perché è legata al carrozzone amletico di Conte che è il premier “in procinto”, guida il governo sul “punto di”: un governo perifrastico, per dirla con la sintassi, un governo del preannuncio, che non fa ma si accinge a fare e non ha strategie. Impressiona della ministra la sua somiglianza con Sabina Guzzanti quando imitava Moana Pozzi o non ricordo quale porno star. Colpisce quando parla non per le parole ma per la porta sgargiante da cui escono, quella bocca col rossetto piccante che non avresti mai pensato addosso a un ministro della pubblica istruzione. La ministra sicula non parla ma bacia le parole. Alla Ministra della scuola non fa impressione la sospensione sine die della scuola come comunità vivente, sostituita dalla scuola piattaforma, da casa, con lo smart-learning o i corsi per corrispondenza che un tempo si facevano per diventare elettrotecnici o con le lauree Cepu. Ma non si può fare scuola senza scuola: si fa istruzione non educazione, si comunicazione, non comunità.

Ma non è di lei che vorrei parlarvi, ma di quel che si stanno perdendo i ragazzi privati della scuola e degli esami. Anche chi come me si trovò a fare il liceo negli anni ’70, con lo sbarco nelle aule di professori venuti dal ’68 e dall’ignoranza militante (precursori dei grillini), anche chi non ha ricordi indelebili di grandi docenti e grandi lezioni rimaste memorabili nel tempo, non può fare a meno di pensare con nostalgia a quegli anni, a quel clima, a quella classe, a quel modo di stare insieme. Una perdita terribile, per voi. Perché mentre vivi quei giorni ti sembra che stai facendo cose minori, di passaggio, che verranno poi cancellate dalla vita vera. Ti sembrano quasi anni sospesi, corridoi per accedere alla vita adulta. Ma quando poi arrivi a un’età grave, ti accorgi che se vuoi salvare qualcosa di memorabile della tua vita, tra le poche cose che porteresti via con te, e che ami ricordare ancora, c’è proprio quel periodo, c’è la scuola, gli amici, i professori, il clima, le battute, le lezioni, le interrogazioni. E gli esami, indimenticabili come atmosfera e come attesa, ma spesso dimenticati nel loro svolgimento. L’esame come rito di passaggio necessario, come test iniziatico del carattere e del sapere, dei meriti e delle capacità, accesso alla vita adulta. Quello studiare in gruppo, tra un cazzeggio e l’altro, quello studiare al mare, quel concentrarsi poi la sera in solitudine, quell’alternarsi tra le canzoni del mangianastri e le ripetizioni.

Ricordo soprattutto le furfanterie di chi imbottiva le cinture di temi in classe avvolti come cartucce di un fucile che sparava a salve, ricordo gli espedienti più curiosi, le voci fantasiose di chi aveva saputo in anticipo temi e problemi degli esami, o quelle ancora più mirabolanti di chi aveva in un finto vocabolario installato una specie di radiolina collegata a un amico bravo che gli suggeriva i compiti (un telefonino ante litteram, del genere ricetrasmittente militare – passo e chiudo). Ricordo i dialoghi incessanti tra i banchi, le parole accompagnate sempre da un gesto, a volte uno spintone, a volte una carezza; i primi amori tra i banchi. E la raccolta mattiniera degli amici per andare insieme a scuola, poi l’arrivo in affanno, la dogana dei bidelli, centauri metà repressori e metà complici; le fughe in bagno per le piccole trasgressioni e per sognare insieme il mondo da una latrina; il panico delle interrogazioni e la voglia di farsi piccoli e invisibili, inosservati all’occhio della prof; le lezioni strazianti di fine mattinata, le partite infervorate al calcetto negli intervalli con una palla che era il galleggiante del bagno…

E poi le accese polemiche e le guerre ideologiche, salvo poi il panino insieme (Nietzsche e Marx si davano la mano e si passavano la birra); le competizioni sportive, la vita insieme. E le miti mattine di primavera, prima della maturità, a studiare insieme al prof nella sua campagna e tra una partitella di calcio e una mangiata di frutta dai suoi alberi, lezioni di matematica… Ecco tutto questo, non sarà per voi. Farete altro, non ne dubito, scoprirete altri mondi, e prima o poi si tornerà a stare insieme. Ma lasciate che vi dica: la notte prima degli esami ci pareva all’epoca tremenda ma è più terribile la notte priva degli esami.

MV, Panorama n. 20 (2020)

 

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