Caro Feltri, non spacchiamo (di più) l’Italia

Caro Direttore,

il Gran Vittorio Feltri mi ha trascinato ieri, in modo assai garbato, nel Tribunale del Nord perché ho criticato il referendum autonomista del Lombardo-Veneto e l’ho considerato una mezza sciagura per l’Italia e per il centro-destra.

Da sempre lui ed io ci dividiamo su questo tema cornuto, il Nord e l’Italia. Ai suoi occhi io sono un arcitaliano plurimo aggravato.

Due sono le aggravanti: vengo dal sud, dunque sono italiano al quadrato; e sono cittadino romano, dunque italiano al cubo, vivo nella Cloaca Massima, Roma la Gran Prostituta, come la battezzò un nordista esagerato di nome Martin Lutero (rispetto a cui anche il bergamasco Feltri appare cattolico e terrone).

In realtà Vittorio il Grande mi riporta a terra con buoni argomenti di buon senso. Certo che l’autonomia non è la secessione; però in spirito e intenzioni quanto le somiglia. Diciamo che è un acconto, un risarcimento e un annuncio di separazione.

Ma lui replica che le Regioni a statuto autonomo ci sono già, dov’è dunque lo scandalo e la paura? Appunto, le regioni ci sono già, e sono state una sciagura per l’Italia; e quelle a statuto speciale, a partire dalla Sicilia, ancor di più in fatto di sprechi e privilegi.

Ricordo male o anche Feltri, come me, sosteneva l’idea di abolire le regioni? E ora le rafforziamo con l’autonomia?

Ma io ponevo soprattutto una questione politica. Come far digerire al resto d’Italia questa mezza autarchia del Lombardo-Veneto? Quante maldestre imitazioni la sua spinta autonomista porterà e quante reazioni allergiche e controindicazioni susciterà?

E in tema di partiti, come farà Salvini a presentarsi come il leader di una lega sovranista e nazionale se in Lombardia e Piemonte è costretto a sostenere coi due governatori leghisti questo rigurgito di Padania, di bossismo e di separatismo, seppure sotto traccia?

Ma di più, come fa il centro-destra intero a proporsi come forza alternativa per governare l’Italia, con le sigle inequivocabili di Forza Italia e Fratelli d’Italia, se si accoda al referendum autonomista in Lombardia e in Veneto? Non offre un grande argomento contro se stessa alla sinistra, ai mass media e ai grillini?

Poi sono d’accordo con Feltri sul fatto che il centro-destra non esiste, è una formula che sulla carta può vincere ma non ha un leader riconosciuto, un programma, una classe dirigente e una coesione di idee, valori e strategie. Ma la prospettiva di vincere, come s’è visto in Sicilia, potrebbe costringerli a trovare un accordo.

Vincere per far cosa, direste voi, viste le premesse e i precedenti? Obiezione fondata. Capisco Feltri e mi fa piacere sentirmi rispetto a lui addirittura un moderato e perfino un ottimista…

Sul tema specifico dell’autonomia fiscale, posso essere d’accordo almeno in linea di principio: non dico che i soldi raccolti dalle tasse vadano spesi tutti in loco – perché sarebbe la fine dell’Italia intera, e non solo del sud; anzi sarebbe la fine dell’Europa– ma certo è necessaria una più equa corrispondenza tra prelievi e spese e una rigorosa responsabilizzazione delle amministrazioni locali.

Detto terra terra: se tu Sicilia, per esempio, sprechi e malgoverni, allora perdi soldi, servizi e sovranità locale, e vieni commissariata. Altro che autonomia…Lì ci vogliono i giapponesi, se non i coreani.

Sul piano della nostalgia, erano belli i regni asburgici e borbonici, era bella l’Italia centralista dei prefetti, per non dire dell’impero romano, ma il presente è questa roba qui. E fino a che non decidiamo di farla finita con questo paese e di seppellire gli ultimi conati d’amor patrio e di Stato sovrano, ci tocca pensare in termini d’Italia, non di regione.

Perché poi se i principi del “meno siamo meglio stiamo” e “le tasse si consumano sul posto” si dovessero applicare a cascata, finirà che le province più ricche del nord vorranno staccarsi almeno sul piano amministrativo da quelle meno ricche, e nelle città i quartieri ricchi dai rioni poveri: noi paghiamo le tasse, quindi vogliamo servizi migliori rispetto alla periferia…

Capisco bene che non vogliamo, non possiamo caricarci dei migranti stranieri e del mondo intero, e pagare con i nostre soldi l’assistenza sanitaria per loro, le loro case, il loro reddito d’inclusione, perfino le loro moschee e i loro cellulari; ma se nemmeno degli italiani vogliamo condividere la sorte, chiudiamoci in casa o in crotto a mangiar pinzocheri e polenta taragna e non ne parliamo più.

Ma qui torniamo al punto di partenza: tu Vittorio sei inguaribilmente nordico e padano, io sono perdutamente italico, romanico e sudista. L’Italia fu fatta per unirci nella differenza e non per dividerci sull’unità.

Vittorio, vediamoci a Teano.

MV, Libero 7 settembre 2017

 

L’editoriale di Vittorio Feltri in jpg e in pdf

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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