La Carta come foglia di fico

Viaggio in tre tappe nella Costituzione

Signor Presidente della Repubblica, signori Presidenti del consiglio, delle camere e della corte costituzionale, promotori e colleghi del comitato per gli anniversari della Repubblica che vi accingete da oggi, a Milano e poi in altre undici città italiane a celebrare la Costituzione, ricordatevi di una priorità: il pericolo principale che corre l’Italia e la sua Costituzione è lo sfascismo.

Ovvero la minaccia di sfasciare l’Italia, la sua sovranità nazionale e la sua unità, e la sua storia, il suo territorio, i suoi confini, la sua civiltà, la natura, la storia e la cultura della nostra patria. E di sfasciare il suo architrave riconosciuto anche dalla Costituzione, ossia la famiglia.

Già lo scorso 25 aprile, da queste colonne, avevo sottolineato che la priorità del nostro tempo è la lotta per la liberazione dallo sfascismo.

Non cercate i suoi nemici nel passato o nei fantasmi che continuate ad agitare a colpi di leggi e di denuncia davanti ad ogni affermazione politica ed elettorale di movimenti popolari che non si riconoscono nel vostro perimetro ideologico. Il nemico vero è chi vuole relativizzare, disconoscere e infine cancellare la nostra nazione, il suo popolo e il suo territorio.

Parafrasando un detto famoso, la Costituzione è l’ultimo rifugio dei mascalzoni.

È la foglia di fico a cui attaccarsi per nascondere la vergogna e la pena per un paese declinante, invaso, esalato, in fuga da se stesso. Perdiamo l’anima e il corpo dell’Italia e qualcuno relega il nostro patriottismo nella carta che fonda la cittadinanza.

Scambiamo l’identità d’Italia con la sua carta d’identità. Denatalità record, fughe all’estero, invasione di clandestini, colonizzazione economica e culturale fanno sparire l’Italia o la mortificano. In cambio di questa progressiva negazione della nostra nazione, resta il feticismo della Costituzione.

Il paese è morto, però ha una bella costituzione…

Il governo italiano e il comitato per gli anniversari storici di cui faccio parte, hanno indetto per i 70 anni della Carta un viaggio nella Costituzione attraverso una serie di incontri dedicati ciascuno a un suo articolo saliente, nel tour che parte oggi da Milano. Abbiamo pensato di rispondere con un nostro viaggio nella Costituzione, più breve e meno celebrativo, in tre tappe.

Per cominciare, si può amare la Costituzione sopra ogni altra cosa, Italia inclusa? Si può pensare davvero che un Paese possa restare unito dal patriottismo costituzionale e poi sfasciato in tutto il resto? Si ritiene sul serio che la Costituzione sia la sola, vera garanzia di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani? E si può davvero pensare che la Costituzione sia un dogma fuori dalla storia e dal suo tempo, eterna e immutabile, dunque intoccabile?

Lasciate che si dubiti di ciascuna delle quattro affermazioni. Ogni paese civile e ogni buon cittadino non deve amare ma più semplicemente e più concretamente rispettare la Costituzione vigente, perché in quel perimetro di regole e principi ci sono le norme basilari su cui è fondata la cittadinanza.

Le regole vanno osservate, non amate; amarle sarebbe troppo o troppo poco, e rischia di risolversi in retorica o ideologia. Non è poi vera l’affermazione, più volte ripetuta, che i regimi dispotici non hanno o non riconoscono le costituzioni.

L’Unione Sovietica aveva una Costituzione federale, repubblicana e democratica eppure fu un regime totalitario, accentratore, antidemocratico e negatore dei diritti umani. Così gli altri paesi comunisti e totalitari ma provvisti di costituzione.

Persino il regime di Chavez, metà castrista e metà populista, non rigettò la Costituzione venezuelana, scritta a immagine e somiglianza della Costituzione italiana.

Non basta una carta per garantire la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Basti pensare alla prima dichiarazione dei diritti umani con la Rivoluzione francese, e poi venne il Terrore, la ghigliottina e la persecuzione dei dissidenti, nel nome di quegli stessi principi.

Le carte costituzionali sono una condizione necessaria ma non sufficiente per la libertà, la democrazia e i diritti. Si possono declamare principi e scrivere magnifiche norme, ma è l’esperienza, la storia, la vita a dimostrare se, fino a che punto e in che modo quelle regole sono rispettate.

L’Italia ha una buona carta costituzionale, equilibrata, scritta bene e in modo abbastanza chiaro. Non nacque dal nulla, ma dalla storia.

Le sue radici normative interne furono lo Statuto Albertino e la Costituzione della repubblica romana del 1849. Le sue radici internazionali furono la Costituzione di Weimar, le costituzioni francesi, ma anche i paradigmi delle altre grandi democrazie. E tuttavia si avverte il peso specifico della vita, della cultura e delle ideologie italiane.

La Costituzione fu il frutto di un compromesso di alto profilo fra tre culture visibili ed egemoni, più una invisibile e impronunciabile. Le tre culture dominanti furono come è noto la cultura laico-liberale, di Einaudi e Croce ma anche azionista, di Calamandrei, per intenderci; la cultura cattolico-democristiana, di De Gasperi, ma anche di Dossetti e di Sturzo; la cultura social-comunista di Togliatti e Nenni fino a quella socialdemocratica di Saragat.

Ma c’era anche un convitato di pietra, che potremmo chiamare la cultura nazionale del ‘900: la Costituzione e l’ordinamento statale della repubblica italiana ereditano dallo Stato fascista il Concordato tra Stato e Chiesa, il Codice civile e penale di Rocco, le leggi sulla tutela ambientale di Bottai, la riforma scolastica di Gentile e Bottai, la Carta del Lavoro del ’26, il sistema previdenziale e pensionistico, l’attenzione sociale alla maternità e all’infanzia, il modello economico misto tra pubblico e privato, l’umanesimo del lavoro di Gentile che affiora già nel primo articolo della Costituzione.

Aggiungo una considerazione curiosa e irriverente: la Repubblica vinse il referendum perché i fascisti repubblicani non votarono per la monarchia, o perché internati e privati dei diritti politici o perché avversari dei Savoia dopo il 25 luglio. La loro astensione, voluta o forzata, fu determinante per la vittoria della Repubblica… I paradossi beffardi della storia.

MV, Il Tempo 27 settembre 2017

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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