La Rai, ultimo ritrovo dell’Italia pubblica

Quest’anno la Radio festeggia i cento anni e la Tv i suoi settant’anni. Dai tempi dell’EIAR, la radio televisione italiana è stata lo specchio principale in cui si è riflessa l’Italia, il suo album di famiglia in movimento, il diario pubblico e privato di un’autobiografia collettiva; ma soprattutto è stata la principale azienda culturale e linguistica, formativa e informativa del Paese. Se oggi siamo quel che siamo – meglio, peggio o semplicemente diversi rispetto al passato – lo dobbiamo alla Rai-tv più che a ogni altro agente, scuola inclusa. L’avvento della tv è stato l’avvenimento culturale di maggior rilievo della repubblica italiana. E’ vero quel che si è ripetuto a lungo, Mike Buongiorno unificò l’Italia più di Garibaldi. Nel senso che la lingua, ma anche molti usi e costumi degli italiani furono unificati e modificati dalla tv assai più che dal processo unitario, dalla pubblica istruzione e dalle guerre anche civili. La tv contribuì più di ogni altro mezzo a modernizzare il paese, mutare i costumi e incentivare i consumi.  
Ma riconosciuta una verità risaputa, tocca smentire o correggere subito un altro luogo comune. Nella storia della cultura civile italiana è ormai acquisito e pacifico sostenere che nella giovane repubblica italiana il leader del partito Comunista, Palmiro Togliatti concretizzò, col supporto degli intellettuali organici, il progetto gramsciano dell’egemonia culturale, conquistando i luoghi cruciali in cui si forma la mentalità del paese. Ma Togliatti era ancora un uomo Gutenberg, figlio dell’era della carta stampata, pensava ancora che la cultura popolare sgorgasse dalla cultura elitaria e si preoccupò di proseguire il discorso teorizzato da Antonio Gramsci (ma di fatto praticato in Italia da due intellettuali fascisti come Giovanni Gentile e da Bottai alla guida della scuola, dell’università e dell’organizzazione culturale italiana) della conquista culturale, ideologica del paese. E cominciò una lenta ed efficace penetrazione nelle case editrici, nel cinema e nell’arte, nelle accademie e nei giornali. Non colse invece il peso crescente della radio e della televisione. Ad accorgersi del ruolo fondamentale della tv come mezzo culturale di massa, da una postazione fondamentale e operativa, furono i primi direttori generali della Rai. Tra questi spicca il direttore generale della Rai negli anni sessanta e poi nei primi anni settanta, Ettore Bernabei, fanfaniano e soprattutto cattolico. Egli colse nella tv il nuovo luogo di formazione popolare dell’Italia all’indomani del boom economico; il mezzo in cui bilanciare e assestare i mutamenti di costume indotti dalla crescita e dalla diffusione del benessere, cercando di incanalare questi nuovi modelli di vita all’interno di una visione che ruotava intorno alla famiglia, all’educazione, con un sottofondo religioso e morale.  La tv, sia detto senza ironie, diventava la continuazione dell’oratorio con altri mezzi, ovvero la nuova parrocchia a domicilio per gli italiani, più edonista e quasi sbarazzina, ma in fondo familistica e pedagogica. Ma la tv fu anche la scuola serale del Paese, e la prima università della terza età, insomma il luogo in cui  si poteva riprendere l’istruzione interrotta nella prima fase della vita o della giornata e continuare ad imparare e a modificare il proprio sapere in relazione ai propri comportamenti.  La sua tv fu in parte un’imitazione del modello televisivo americano ma tradotta nel mondo nazionalpopolare nostrano delle parrocchie; in parte un’eredità dei cinegiornali d’epoca fascista. A unirli era l’ottimismo, il messaggio positivo sul paese, sulle condizioni di vita e sullo sviluppo dell’Italia in relazione al mondo. 
La tv profuse il piacere del presente, la visione di un mondo in crescita, sano e fiducioso del proprio avvenire. Una linea sopravvissuta agli anni di Bernabei. Il suo nazional-popolare non era figlio di Gramsci e Togliatti ma padre di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. 
La Rai fu lo specchio politico del Paese e seguì le sue evoluzioni.
La trasformazione cominciò dagli anni ottanta, quando la Rai conservò il suo ruolo politico e rafforzò l’influenza dei partiti (con la cosiddetta lottizzazione), ma abdicò al suo ruolo educativo, passando da Madre degli italiani a figlia dei nuovi gusti, tendenze e costumi. L’avvento della tv commerciale – che prese l’avvio nel 1974 con la legittimazione della Corte costituzionale dell’emittenza libera e della trasmissione via cavo – spinse anche la tv pubblica a inseguire modi e modelli, linguaggi e clientele del tempo, ad americanizzarsi. Il livello medio si abbassò, la volgarità gradualmente crebbe, e così la spettacolarizzazione del dolore, del piacere, dell’eros e di ogni intimità. Una spiccata lottizzazione politica s’intrecciò a un pervasivo modello commerciale.  
Nei primi anni settanta, quando le tv di Berlusconi non c’erano ancora, un sismografo acuto degli umori e delle sensibilità popolari, come Pierpaolo Pasolini, già notava la mutazione antropologica nel paese e parlava di “macerie morali” prodotte dal nuovo cinismo e dal nuovo capitalismo. E lo faceva criticando il mezzo televisivo, anche se lui non disdegnava di andare in tv.  Curiosamente Pasolini fu il primo intellettuale che auspicò e teorizzò, pur da posizioni fortemente se non apocalitticamente, anti-sistema, la lottizzazione, chiedendo una tv “partitica”: “Ogni partito dovrebbe avere diritto alle sue trasmissioni, al suo telegiornale” scrisse nel 1975 (articolo poi raccolto in Lettere luterane). Così avvenne nel ’79 con la terza rete appaltata al Pci. 
La concorrenza delle tv private non migliorò in generale la qualità, il livello e il ruolo della radio e della tv. A cent’anni dalla nascita, la Rai si trova a navigare in un mare solcato da tante navi, barchette e gommoni: non solo le reti concorrenti, i network internazionali, ma anche le reti social. E tuttavia resta il residuo luogo identitario del paese, l’ultima piazza, l’ultimo tinello e l’ultimo specchio, non esclusivi, in cui si ritrovano gli italiani.

(Da Cultura e Identità, gennaio-febbraio 2024)

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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