La tradizione finisce con lui?

Eccola, la Tradizione che scorre davanti ai nostri occhi, vestita a lutto: i funerali solenni a un grande Papa teologo, il convoglio sacro, i santi paramenti, la liturgia, i canti e i riti, i segni e i simboli del suo carisma sono il suo canto del cigno, nel finale abbraccio del colonnato di San Pietro. Ma la Tradizione per definizione non può morire, è sempre viva, è ciò che perdura oltre la morte: e non solo perché la Tradizione è una freccia puntata verso l’eterno, ma anche perché il suo significato etimologico è trasmettere, consegnare, passare il testimone, di generazione in generazione, di passato in futuro. E quando s’interrompe la trasmissione non c’è più tradizione. Dunque, la tradizione è vita e non morte, senso della continuità e non solo venerazione delle reliquie.

La Tradizione non muore con Joseph Ratzinger, e non muore con la soppressione del latino in Chiesa, di cui Benedetto XVI soffrì molto, secondo quando testimonia il suo fidato Padre Georg. Prosegue in altre forme, per altri corsi, facendosi carsica, sotterranea, e dunque momentaneamente invisibile. Perché la Tradizione ha sempre una parte invisibile e una parte che si rende visibile. Come la religione.

Vedevo l’addio al Papa e lo scorrere dei titoli di coda della tradizione in forma di esequie a un grande esponente della medesima, e intanto sfogliavo il nuovo fascicolo della rivista Il pensiero storico, a cura di Danilo Breschi, interamente dedicato al tema Tradizione/i. Molti saggi, riflessioni, interviste, nomi noti, giovani studiosi, approfondimenti nel solco di grandi pensatori della tradizione nel passato recente, da Elémire Zolla ad Augusto del Noce, che fu il filosofo cattolico più vicino a Papa Woytila, e parallelo a Joseph Ratzinger: dico parallelo perché in Del Noce non c’è un’impronta teologico-dottrinaria ma storico-filosofica e politica. Ma l’avversario comune è la scristianizzazione, la secolarizzazione all’insegna del relativismo, la perdita del sacro e l’oscuramento della tradizione.

Alla tradizione dedicai più di vent’anni fa, un saggio uscito da Laterza in più ristampe – Di Padre in figlio. Elogio della Tradizione – in cui ripercorrevo il cammino del pensiero nel confronto con la tradizione e ne proponevo i temi cruciali. C’erano Zolla, Del Noce e Ratzinger, naturalmente; ma anche Vico e de Maistre, Evola e Guénon, solo per citarne alcuni. Col sottinteso che la Tradizione non è solo cattolica, anche se è quella che più si è radicata nei secoli, nella dottrina, nei riti e nei popoli.

Che ne è oggi della tradizione, come interpretarla, come viverla e in che ambiti? Non in astratto o solo in via di principio, ma avendo davanti il mondo presente, il neonato 2023, i funerali di un Papa che testimoniò la Tradizione, l’inquietudine dell’ala tradizionale e conservatrice della Chiesa e della Cristianità, e il difficile rapporto tra la civiltà europea – greca, romana, cristiana – e la contemporaneità, da una parte corrosa dal nichilismo e dall’altra incalzata da altri mondi, come l’islamismo militante.

Dov’è riposto oggi il cuore inviolato della Tradizione, come s’indirizza la sua energia, cosa risponde al “mondo”? Faccio domande, non pretendo di dare risposte, non traccio mappe, mi limito solo a cenni e a guardarmi intorno. Leggo, per esempio, il dialogo tra due autori che vengono considerati neo-reazionari (nouveau réacs) e che si pongono il problema di difendere la tradizione europea e occidentale. Dico della conversazione tra Michel Onfray e Michel Houellebecq sulla rivista Front Populaire. Vale a dire un autore che ha scritto un trattato di ateologia e si professa ateo benché ormai neo-reazionario; e uno scrittore che ama sconcertare con i suoi paradossi, e vuole risvegliare l’Occidente, indicando i suoi “nemici”, un po’ come faceva da noi Oriana Fallaci. Qual è il nemico principale secondo Houellebecq? E’ l’islamizzazione della Francia e dell’Europa, e in subordine l’ideologia progressista e umanitaria che ci accompagna nel soccombente declino. In positivo, è la riscoperta di un nazionalismo reattivo più che reazionario e di un certo orgoglio identitario. Temi forti, giocati sul filo dell’eccesso e dello choc, per suscitare quasi un suprematismo nostrano da opporre al suprematismo islamico. L’egemonia islamica da noi è una minaccia, ma in Francia sta per tradursi in realtà: i musulmani credenti e praticanti su territorio francese hanno ormai superato i cristiani credenti e praticanti, quelli che vanno in Chiesa, che sono oggi in Francia un’esigua minoranza (in Europa è quasi la stessa cosa). Ma non è “colpa” degli islamici se i cristiani spariscono.

Siamo davvero sicuri che la risposta sia il suprematismo europeo e il nemico principale sia l’islamismo radicale? Quanto c’è di derivazione illuminista in questa rivendicazione dell’occidente contro l’oscurantismo islamico? Si difende la Tradizione europea o si sta difendendo il modello occidentale che ne è piuttosto la negazione? Sarebbe infatti assurdo che la difesa dell’identità europea dall’invasione islamica sia condotta nel nome di un modello fondato sul primato dell’economia, dei consumi e della tecnica e sulla negazione della tradizione, delle identità e del sacro. La scristianizzazione dell’Occidente precede l’islamizzazione, anzi in certo qual modo, è quel vuoto (anche demografico) a richiamare l’invasione, che lo riempie.

Qui torniamo al pensiero di Ratzinger che aveva ben chiaro questo processo e sapeva che il nichilismo europeo è endogeno, non nasce da fattori esterni o dalle religioni altrui. Per questo non pensava semplicemente di tornare al passato, ripristinare la Chiesa preconciliare, o chiamare alla crociata suprematista, l’occidente. Ma capiva che  il problema era rifondare la civiltà e risvegliare la tradizione dal letargo, colmare il suo vuoto e non riempirlo solo additando nemici esterni ma ritrovando motivazioni interne. Impresa temeraria, forse impossibile, a cui Ratzinger dovette abdicare. Ma necessaria, se davvero hai a cuore la Tradizione.

La Verità – 6 gennaio 2023

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