Marchiato: “lontane origini fasciste”

paolo mieli(3)

L’altro giorno in una rassegna stampa di Radio 24, Paolo Mieli ha parlato di me come di “un intellettuale di provenienza fascista”. Quando gli ascoltatori hanno protestato lui ha ribadito: “è di lontane origini fasciste”, aggiungendo “che male c’è”; a dirlo, presumo, non a essere (stato) fascista. Me lo hanno segnalato alcuni ascoltatori, che ringrazio; non lo avevo sentito.

Lontane origini fasciste… Nel ’22 ho fatto la marcia su Roma, nel ’44 ho fatto la Repubblica sociale, poi nel ’55 sono nato, nel decennale della morte del Duce…

Sarebbe facile rispondere a tono e dire che Paolo Mieli è di lontane origini comuniste, militò in Potere Operaio, firmò il famigerato manifesto pro Lotta continua contro il commissario Calabresi che fu la sua condanna a morte. Che dite se parlando di Mieli lo presentassi così?

Sarebbe facile e sbrigativo rispondere alla pari, ma non sarebbe onesto. In primis nei confronti di Mieli che ha fatto tante cose nella vita e non può essere ridotto solo alle sue “lontane origini”; ogni persona va giudicata nell’insieme e nel contesto della sua vita e delle sue opere, senza affibbiare etichette e liquidare con marchi d’infamia.

Ma non sarebbe onesto neanche da parte mia, sarebbe un modo per sfuggire al tema. Le mie “lontane origini fasciste” in pratica si traducono nella militanza di due anni, tra i 15 e i 17 anni, nella Giovane Italia, organizzazione giovanile del Msi. Bastano per definirmi così? Ho sempre espresso idee che di solito si chiamano “di destra”, tradizionaliste, nazional-conservatrici. Ho scritto di fascismo molte volte; ho espresso opinioni sconvenienti, scorrette, provocatorie, controcorrente. Sarebbero queste le mie lontane origini fasciste? Beh, non sono lontane, perché riflettono quel che penso tuttora. A differenza dei tanti intellettuali ex non mi sono mai rimangiato nulla. Ho un giudizio storico sul fascismo e l’antifascismo molto diverso dalla vulgata dominante, dalla storiografia ufficiale, dal potere culturale vigente.

Giudizio storico, ho detto; non scelta politica. Per me il fascismo è una pagina del passato italiano con cui confrontarsi, senza ipocrisie e vigliaccherie, restituendo verità alla storia e onore ai vinti che lo meritavano; ma i revanscismi sono grotteschi e un po’ macabri. Se mi appariva trapassato remoto mezzo secolo fa, figuriamoci ora… La mia tesi, anzi, era ed è che il fascismo e l’antifascismo siano morti insieme; aveva senso e meritava rispetto l’antifascismo quando il fascismo imperava, era un atto di coraggio e libertà. Ma dopo che il fascismo è morto e sepolto, l’antifascismo perdurante è in prevalenza conformismo di comodo e un modo vile per colpire chiunque non la pensi come loro. Viceversa dirsi fascisti a babbo morto era insensato, ma era un atto di coraggio e libertà.

Nel corso dei decenni ho scritto tanti saggi dedicati al pensiero antico e contemporaneo, testi filosofici, scritti letterari o nostalgie del sud, ho diretto e fondato riviste, ho scritto su un centinaio di autori, di cui solo una decina fascisti, il mio ultimo libro è su Dante e il prossimo, dopo Pasqua, sarà un romanzo spirituale. A chi mi incasella sotto la solita etichetta di “intellettuale di destra” rispondo con Shakespeare che ci sono più cose in cielo e in terra che non rientrano nelle logore categorie di destra e di sinistra. Figuriamoci poi fascismo e antifascismo…

L’etichetta “fascista” è un comodo marchio d’infamia per squalificare chi dissente e metterlo fuori gioco; impedirgli di parlare, escluderlo. In realtà ciò che non mi si perdona non sarebbero le mitiche, “lontane origini fasciste”, ma il fatto di avere un’idea diversa sul passato, il presente e il futuro in tema di tradizione, famiglia, amor patrio, sovranità, civiltà, sacro, politica e religione, poteri loschi e mafie culturali. Ci sono idee, principi, visioni del mondo che attraversarono il fascismo ma venivano da lontano e oltrepassano la sua parabola storica.

Amo troppo la libertà per sognare regimi totalitari, amo troppo la cultura e la civiltà per risolvere le cose con la forza e la violenza. Detesto il razzismo. In vita mia non ho mai aggredito, minacciato o negato la parola a nessuno; non ho mai firmato manifesti di condanna a morte di qualcuno. Non ho mai dato neanche un pugno, uno schiaffo, a nessuno; neanche a chi lo meritava. L’ultimo mio articolo era un elogio di Mario Tronti, tuttora comunista.

Ma non voglio polemizzare né far la vittima, non voglio raccontare i mille casi in cui il “che c’è di male” di Mieli ha invece fatto male, eccome, perché ha causato esclusioni, veti, cancellazioni. Non è solo una storia personale ma di tanti…

Lasciatemi solo un piccolo sfogo, che giuro durerà solo poche righe: sono stanco, veramente stanco, di sentirmi addosso da una vita quel marchio, e di scontarne le conseguenze; io, i miei libri, le cose che scrivo, talvolta perfino i miei cari. Quante volte vorrei sparire, ma scrivere è la mia vita, non ci riesco. Sono anziano ormai, e vorrei essere giudicato per ciò che sono, scrivo e penso, e non dannato ed evitato a priori per i marchi d’infamia e i pregiudizi altrui.

Nutro infine una convinzione: se ci fosse ancora il fascismo probabilmente sarei in dissenso o perlomeno sarei eretico. L’indole è quella. Invece molti di coloro che mi rinfacciano di essere fascista, con ogni probabilità, sarebbero fascisti di regime e mi cancellerebbero perché non allineato. Perché la loro indole è quella. La storia d’Italia la spiegò Totò meglio di tutti, è fatta di uomini e caporali; cambiano i regimi e le divise ma i caporali sono sempre al potere a dare e togliere le carte… Eja eja, un po’ qua e un po là.

MV, La Verità 5 marzo 2021

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