Quelle bambine rapite per legge
Una ragazzina di quattordici anni di famiglia islamica, rapata a zero dai genitori, viene strappata alla famiglia e affidata a centri pubblici o case-famiglia. Un’altra ragazzina di famiglia marocchina, minorenne anch’essa, frustata dai genitori perché non vuole andare a scuola, viene strappata alla famiglia.
Che sta succedendo? Quelli che si bevono tutto quel che viene somministrato dalla tv secondo il codice ideologico imperante, non hanno dubbi: stanno salvando i minori dai genitori violenti o solo autoritari, ognuno è libero di fare quel che crede, di vestirsi come crede, di andare o no a scuola, senza l’imposizione dei genitori, anche se si tratta di un minorenne.
Poi ci sono quelli più preoccupati o impauriti dagli islamici in casa nostra che plaudono ai giudici perché a loro avviso combattono una battaglia di civiltà contro gli islamici: non potete importare i vostri costumi feroci da noi, ripetono, se non siete d’accordo con le nostre leggi “permissive” e i nostri costumi, tornate nei vostri paesi.
Sarebbe davvero auspicabile che chi ritiene di vivere in una società miscredente e immonda torni nella sua società islamica, e accetti pregi e difetti del suo mondo di provenienza. Perché altrimenti tocca accettare vantaggi ma anche svantaggi della nostra società.
Ma siamo sicuri che la linea sposata da giudici e media riguardi gli islamici e non piuttosto le famiglie, l’educazione e i rapporti interni?
Se il giudice interviene anche in assenza di denuncia della presunta vittima e in assenza di violenza vera e propria, la cosa può riguardare tutti i genitori e non solo gli islamici e può portare a un principio aberrante: la famiglia conta poco o nulla, la sua tradizione, le sue convinzioni religiose, la sua educazione non contano un tubo; è la società, è il giudice, è il proprio tempo a decidere.
E ogni volere del minore, fosse anche un capriccio, è sacrosanto e nessuno può impedirlo con la forza. Rapare una ragazza (per motivi ancora non accertati) è una scelta deprecabile ma non è una violenza vera e propria: comunque rapare una bambina è meno traumatico che rapirla a norma di legge, strapparla alla famiglia e metterla in conflitto definitivo con i suoi genitori e fratelli.
Se guardiamo alla storia famigliare di noi italiani, fino a pochi anni fa era consuetudine che i genitori intervenissero anche in modo autoritario per evitare che i loro figli deviassero dall’educazione loro impartita. Di storie come quelle sbattute in prima pagina oggi erano piene le famiglie italiane; figli in punizione, a volte schiaffi e perfino cinghiate non appartengono alla preistoria o agli aborigeni ma alla società italiana di pochi anni fa.
Metodi che oggi definiamo inaccettabili ma che non procuravano particolari traumi, salvo i casi di vere e proprie violenze. Di solito si sapeva distinguere tra l’episodio deplorevole, commesso dai padri o dai figli, e l’affetto reciproco e costante, le premure quotidiane, la vita intera.
I casi di violenza sistematica erano una sparuta minoranza. La famiglia restava salda come il rifugio sicuro e il punto fermo, i legami non si mettevano in discussione.
Allora la preoccupazione che sorge è un’altra: non si sta combattendo una battaglia di civiltà o di libertà e nemmeno si stanno ricacciando eroicamente i fanatici islamici – e magari i terroristi – a casa loro, ma più probabilmente si sta smontando la famiglia, anche cristiana o laica, la responsabilità dei genitori nell’educazione dei minori, l’importanza prioritaria di vivere in famiglia in età minore.
Certo, si attaccano i casi più vistosi di soprusi o abusi, si parte da famiglie d’immigrati islamici e a volte casi di violenza vera e propria. Ma c’è uno squilibrio di fondo tra diritti e doveri, tra desideri e maturità, c’è l’assoluta preminenza dei diritti, anche quando diventano capricci o stupide voglie di omologarsi al branco e al peggio del nostro tempo, su ogni altra considerazione e su ogni altra forma educativa.
Quel modello di società secondo cui i ragazzi sono figli dei loro tempi e non dei loro genitori e hanno libertà assoluta di disporre della loro vita sin dalla tenera età, non ci piace, anzi ci inquieta. Poi ci chiediamo da dove vengono i barbari di casa nostra e le barbarie del nostro tempo…
MV, Il Tempo 7 aprile 2017
