Riscoprire Vico per riscoprire l’Italia

Se volete riscoprire l’Italia dovete riscoprire la sua cultura, che è il suo blasone, la sua originalità e il solo, vero motivo di primato universale e di fierezza patria. Se volete riscoprire la sua cultura e la sua arte dovete ritornare al suo crocevia, dove s’incrociano la poesia e il mito, la letteratura e la filosofia, il pensiero e la religione, il sentire comune e la tradizione, la storia e la fantasia creatrice. E se volete ritrovare quel punto di connessione e di confluenza, quel sapere organico, umanistico e universale che costituisce la ragione originaria e originale dell’identità culturale italiana, dovete tornare a un pensatore piccolo e maltrattato, vissuto tre secoli fa, emarginato dagli intellettuali del suo tempo, incompreso dai suoi contemporanei e frainteso dai posteri. Lui chiamò quel punto di fusione tra l’antico e il moderno e tra i diversi saperi, la Scienza nuova, che è il nome del suo capolavoro. Che è ancora nuova, nuovissima scienza, intonsa e intentata. Vi sto parlando di Giambattista Vico, a cui – come forse sapete o ricorderete – ho dedicato la prima biografia (posso citarla? Vico dei miracoli. Vita oscura e tormentata del più grande pensatore italiano). Ne ha parlato l’altro giorno sul Foglio Giuliano Ferrara, in termini entusiastici, ed io sono rimasto, per dirla con Vico, perturbato e commosso dal suo giudizio; lui ha tratto da quel libro la voglia di leggere Vico e pure di tornare a Napoli. Il racconto della sua vita travagliata può diventare l’occasione per ritornare al pensiero e per riscoprirsi turisti in patria. E’ il miracolo della “discoverta” di Vico (oggi presenteremo il mio Vico, verso la quarta ristampa, con Gennaro Sangiuliano al Ministero della cultura).
La gente mi guarda come un invasato quando dico che Vico è il più grande pensatore italiano. Ma così la pensava Benedetto Croce, e pure Giovanni Gentile, i dioscuri della filosofia italiana del ‘900. Entrambi lo consideravano precursore della loro filosofia, ma lo ritenevano il crocevia del pensiero italiano; anche Gramsci vide nel disegno della provvidenza “il prologo in cielo” del leninismo e dell’avvento del comunismo. Non diversamente da loro la pensava Francesco De Sanctis che scrive: “Vico aveva detto che la storia è un corso e ricorso, si ripete… Poi venne la teoria del progresso, si disse: no, la storia è una linea retta che va sempre innanzi(…) C’è un centro che si chiama ideale o spirito di un secolo, d’un’epoca, il quale sviluppandosi forma un circolo… Vico dice il vero, i circoli tornano; ma si muta il centro, lo spirito, che ha la forza di costruire nuovi circoli, è coscienza più illuminata, è spirito più riflessivo e produce il progresso. Perciò la storia è ripetizione e progresso insieme”. Per rendere meglio quell’idea ricorriamo piuttosto all’immagine della spirale: la storia va avanti ma nei suoi tornanti ritrova somiglianze e analogie con la curva precedente. Ritorni di civiltà e sussulti di “barbarie rinnovata”. Anche Manzoni trae da Vico la sua idea della Provvida sventura, ossia che nelle disgrazie si annida spesso qualcosa di provvidenziale che poi si rivolge in favore. E questo Vico non lo teorizzava solo grazie alle sue intuizioni, ma lo traeva dall’esperienza sfortunata della sua vita. Tutte le sventure che lo avevano perseguitato, le bocciature ai concorsi universitari, il disprezzo degli intellettuali (“la boria dei dotti”, l’egemonia culturale, atea, razionalista e poi illuminista del suo tempo), si rivelarono ai suoi occhi come una grande opportunità perché da un verso lo temprarono e lo spinsero a cercare una rivalsa; dall’altro, lasciandolo fuori da importanti cattedre che lo avrebbero assorbito, gli permisero di dedicarsi per tutta la sua vita al suo capolavoro.
Ma Vico non è solo una gloria italica, come egli stesso si definiva.
Il suo pensiero ha influenzato Montesquieu e Goethe, Herder ed Hegel, perfino Marx, per quanto riguarda la storia e l’agire umano; e tutti coloro che si sono poi cimentati con la filosofia della storia e la storia comparata delle civiltà, inclusi Spengler e Cassirer. Ma le sue intuizioni sull’infanzia, la fantasia e la memoria e il ruolo dei miti fecondarono la psicanalisi di Jung e poi quella del suo allievo James Hillman che a Vico dedicò pagine di riconoscenza e di riconoscimento. E più di recente il filosofo ebreo russo Sir Isaiah Berlin e l’intellettuale palestinese Edward Said si sono ispirati a lui. Per non dire del pensiero cattolico spagnolo, sudamericano e naturalmente italiano.
Quasi insieme al mio Vico, negli Stati Uniti usciva un saggio su Vico di Mark Lilla, The making of an antimodern, dove Vico è riconosciuto come il primo filosofo moderno della storia e il più autorevole teorico del pensiero conservatore, legato all’idea di tradizione e di civiltà; ma al contempo lui apre per Lilla un nuovo metodo moderno e una nuova scienza applicata alla storia. La sua scienza nuova è quanto di più moderno e antimoderno ci sia, dice Lilla; a mio parere, Vico ha indicato un’altra via alla modernità, ulteriore al pensiero progressista, ateo e tecno-razionalista. Non c’è scienza senza metafisica (oggi lo dice pure Cacciari); e non c’è storia senza considerare il ruolo di una “teologia civile ragionata della provvidenza divina”.
Ma da noi, Vico è scomparso dagli orizzonti della scuola e dell’università, perdendo quella centralità che aveva avuto fino alla metà del secolo scorso. Eppure sarebbe lui il punto di partenza più alto e lo sguardo sintetico più comprensivo per dare consapevolezza, respiro e visione alla nostra fierezza di paese che detiene il maggior numero di beni culturali rispetto al resto del mondo. Ci vuole un pensiero dietro quella affermazione, altrimenti è solo uno slogan pubblicitario. Oltre la fantasy, ci vuole la fantasia creatrice, che per Vico è anche memoria, cioè storia. Lui che annoda il nostro presente al nostro avvenire, la storia al mito, il vivere al “desiderio d’eternità”, il legame famigliare, patrio e religioso come fondamento di civiltà. Dal piccolo Vico si accede alla grande piazza d’Italia…

La Verità – 19 novembre 2023

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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