Se la libertà di espressione si riduce all’esibizione gay

La motivazione chiave di quest’anno per celebrare i gay pride che da Roma in giù e in su destano commosso elogio di media e istituzioni, è che affermano e difendono la libertà d’espressione. Veniamo da giorni, da anni in cui se c’è una cosa che avvertiamo sempre più offesa e mortificata è proprio la libertà d’espressione. Questa tendenza si è propagata prima sull’onda della pandemia e delle sue restrizioni, poi con la guerra in Ucraina e la sua coscrizione obbligatoria nei giudizi a senso unico; quindi con la psicosi del pianeta in pericolo, e con la dittatura del politically correct e la dominazione della cancel culture. E’ cresciuta una limitazione vistosa dei diritti costituzionali, delle libertà elementari e un allineamento forzato, come non l’avevamo mai conosciuto in democrazia, a un’Opinione di Stato, un’ideologia promulgata dal Potere e pubblicata senza possibilità di replica e obiezione sulla Gazzetta ufficiale dei media unificati. Comitati di controllo e di censura sul web, leggi speciali di sorveglianza a ogni livello, servizi segreti e commissioni di vigilanza attivati a questo scopo, a compilare liste di proscrizione e lavagne dei cattivi; uniformate tutte le Grandi Testate a una Sola, Unica Testa seppur travestita di abiti multiformi. Abbiamo visto minacciata e sottomessa proprio la libertà d’espressione da quella che riassuntivamente ho definito nel mio ultimo libro la Cappa sotto il cui manto irrespirabile viviamo. 

Ora veniamo a sapere che la libertà d’espressione è garantita non dalla Costituzione, dalla Legge, dalle Istituzioni, dal pluralismo della politica e dell’informazione ma dal gay pride, sorta di festa patronale del nuovo occidente senza tradizione e senza religione, senza patria e senza famiglia.

Si tratta di una vera e propria perversione, e non ci riferiamo alla perversione “contronatura” celebrata dai gay pride; ma proprio all’applicazione perversa della libertà d’espressione. E’ la negazione della realtà, la sostituzione del libero pensiero col libero sesso e della libera opinione col libero travestirsi. La differenza, fondamento della libertà, si riduce alla diversità di gusti sessuali.

Non si tratta di esprimere disgusto e dissenso per quella processione multicolore che è la Festa di tutti i Santi in transito da un sesso all’altro. Nulla da scandalizzarsi, nulla da vietare, fatti loro, se non il fastidio per il chiassoso esibizionismo di massa. Ma quel che preoccupa e indigna è la sostituzione della libertà d’espressione con l’esibizione della propria preferenza sessuale; A questo si riduce la libertà, a ripudiare pubblicamente la natura e i propri genitali.

La novità di quest’anno è che non c’erano solo trans, lesbiche e gay a manifestare la loro sessualità liberata, più qualche simpatizzante on the road; ma i governanti, le istituzioni, perfino bancarie, i partiti, i giornali che diventano non più semplicemente accondiscendenti e favorevoli all’evento ma parte in causa, sponsor e manifestanti in favore della gayezza universale. Mai visto tanto potere, tanti influencer, tanta cupola sfilare a difesa della “libertà d’espressione” minacciata; è mancato solo di vedere Draghi travestirsi da Drag Queen, e spogliarsi dell’ideale maglietta di Zelenskij per indossare l’abitino rosa schocking in nome della “libertà d’espressione”.

Sul tema dei diritti civili per i gay, la kermesse è una rivendicazione in ritardo di almeno mezzo secolo sui costumi. Poteva avere un senso denunciare le discriminazioni ai danni degli omosessuali svariati decenni fa; ovvero in un’altra epoca con altra mentalità ma oggi chi mette in dubbio il diritto di essere e di vivere da omosessuali? Solo pochi residui stanchi e inerti del passato che non hanno alcuna voce in capitolo e non sono certo espressione di posizioni dominanti. 

E allora a cosa servono queste pagliacciate e la loro estrema visibilità se quei diritti sono assodati ed esercitati ogni giorno dappertutto? Solo a celebrare un diritto acquisito, a commemorare una vittoria sul campo, fino a istituire una sorta di festa della repubblica omosessuale? No, non si tratta solo di questo. In realtà queste manifestazioni hanno due precise motivazioni che esulano dalla questione omosessuale in senso stretto. La prima è abbastanza evidente da tempo nei messaggi che l’accompagnano, gli slogan e le testimonianze: servono a screditare la famiglia, il matrimonio, i legami secondo natura e tradizione, e insieme a loro il sostrato cristiano e cattolico su cui reggono;  fino a ritenerli sorpassati, insopportabili, soffocanti. I gay pride organizzano, coalizzano e inscenano l’insofferenza verso i legami su cui si è fondata ogni civiltà, non solo cristiana. 

Ma la seconda motivazione, più subdola, è proprio nel caratterizzare i gay pride come momento cruciale per la libertà d’espressione: è in atto una manovra di diversione, una mistificazione spettacolare, una sostituzione della libertà d’espressione negata nei suoi campi effettivi e spostata su un surrogato circense e variopinto di liberazione sessuale; con la sfilata del gender fluid si sostituisce la libertà d’espressione con la libera esibizione del sesso in transito. 

SeProprio mentre si nega la libertà di espressione nei suoi ambiti vitali, si offre una falsa e pacchiana versione della libera espressione nell’esibizione sessuale. Per questo i gay pride ci sembrano usati per una colossale impostura che va ben oltre la questione omosessuale. Sono giornate dell’inganno libertario più che dell’orgoglio gay. La libertà deperisce nelle sue sfere primarie e al suo posto sfilano i carri allegorici del carnevale gay che mettono in scena l’apoteosi libertaria. Vietato dissentire dal potere interno e internazionale, dal mainstream e dall’ideologia dominante, in compenso chi vuol esser gaio sia.

La Verità (14 giugno 2022)

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