Senza educazione trionfa l’emozione
Ascoltavo in questi giorni nei tg le interviste ai cantanti e agli artisti di Sanremo e tutti, nessuno escluso, esprimevano un solo pensiero che poi un pensiero non è: sono emozionato, è un’emozione, mi sono emozionato, è emozionante. Mai neanche un sinonimo, ogni domanda aveva la stessa risposta, risaputa e come prestampata. Era come se fosse stato diramato un preciso ordine del giorno: per accedere a Sanremo la password è una sola, emozione (festival peraltro così scarso d’emozioni per gli spettatori). Ecco come una parola significativa, che fu il titolo di una memorabile canzone di Lucio Battisti, diventa trita, ritrita e rifritta.
Mi sono ricordato che anche nei Festival del passato la parola scontata per le interviste sul nulla era emozioni. E mi sono accorto che pure gli atleti delle olimpiadi ne facevano ricorso massiccio. Non è solo per conformismo imitativo, ma quella parola dice più di quanto si possa immaginare: l’unica cosa che riusciamo a trasmettere, e che riesce a metterci in relazione con gli altri, non è un pensiero e nemmeno un sentimento o un legame ma uno stato d’animo, qualcosa che somiglia a un impulso, una reazione istintiva, un flusso sanguigno (da cui il prefisso emo) che coinvolge il cuore. Siamo in una società demotivata ma emotiva, priva di idee e refrattaria alle riflessioni, ai concetti, ai legami, agli impegni duraturi, presa dal raptus del momento, l’emozione. Che è qualcosa di soggettivo, di individuale, di transitorio, che non evoca gli affetti perché è incentrata su se stessi, come vuole un’epoca autoreferenziale di narcisi scontenti e di egocentrici insaziati. Non è un caso che la comunità divenuta platea sia tenuta in piedi da eventi ad alta emotività: gare sportive, musicali, eventi spettacolari. O al più gastronomici. L’Italia è questo per noi, l’emozione che arriva nei nostri cuori come la scia bianco rosso e verde delle frecce tricolori, l’inno di Mameli e una medaglia, un podio, un trofeo, per dare corpo e simbolo al canto. Tutta un’emozione, come si addice a una comunicazione infarcita di emoticon.
Ho pensato allora al suo contrario: se l’emozione è un impulso incontrollabile che erompe per una sollecitazione esterna, quel che difetta – a noi italiani e a noi contemporanei, perlomeno occidentali – è proprio il suo contrario: un’educazione. L’educazione è una coltivazione, un processo nel tempo e un cammino. Educazione sentimentale e culturale, civica, morale e religiosa. Anche un’emozione si può trasmettere, come l’educazione. Ma l’educazione è rivolta a una relazione ed è la base di una civiltà; l’emozione è un’eruzione interna, un’esperienza soggettiva, immediata. Oggi l’educazione è negata già come parola, prima che come pratica.
Nessuno più la nomina, si preferiscono parole più neutre e più compatibili col piano tecnoscientifico, come istruzione, apprendimento, know-how, input, master, informazione e acquisizione dati. Ma educazione no, è troppo antico, troppo da suorine, da educande, o troppo coercitivo, da collegio autoritario e militaresco. Senza l’educazione arriva il suo surrogato perverso: il catechismo correct, l’ideologia della sorveglianza detta woke, l’ammaestramento ideologico, il bigottismo progressista. Così l’educazione diventa out, ma spunta la rieducazione, come nei regimi cripto-totalitari; pensate alla rieducazione forzata della famiglia nel bosco.
Ma l’educazione non è un libretto di istruzioni né un dispositivo tecnologico o ideologico, e nemmeno una frusta e uno sgabello come per ammaestrare le fiere. Ma riguarda la formazione dell’uomo da bambino e poi da ragazzo, quella che i greci chiamavano paideia; è un intreccio di stile, modi, cultura, formazione, storia, rispetto altrui e rispetto delle differenze, dei ruoli, anche delle gerarchie. Nell’educazione c’è passione e dedizione di chi educa e attenzione e gratitudine di chi viene educato; ogni educatore mentre educa insegna, cioè lascia segni ma quei segni restano anche su di lui. Educare arricchisce anche l’educatore, non solo chi viene educato.
Mentre ci pensavo mi è giunto un libro, una ricerca, di un mio vecchio amico, Mario Caligiuri, intitolato seccamente, Maleducati (ed.Koiné). Non è un pamphlet, ma un saggio sull’importanza dell’educazione e sull’esigenza di formare e selezionare educatori, prima ancora che giovani e fanciulli da educare. Le agenzie educative un tempo erano tante, dalla famiglia alla scuola, dalla parrocchia ai partiti, alle reti associative, alla cultura e alla stampa. Oggi sono soprattutto tre: famiglia e scuola, ma sempre meno, e mass media, sempre più. E non tramite giornali e libri, ma i-phone e video. Non maestri ma influencer, che poi non ti guidano nella formazione ma nei consumi, nei trend, nelle mode.
Il risultato finale giustifica il titolo del libro di Caligiuri: Maleducati. Anzi per essere più precisi: tanti maleducati, tantissimi ineducati. Ovvero molti educati male, che si comportano poi male; ma i più sono semplicemente lasciati allo stato brado, selvatici, un po’ barbari, nel nome di una malintesa libertà come autogestione e assenza di limiti. È inutile dire che poi tanti ineducati, lasciati a se stessi, restano in balia di agenzie di mala educazione, a cui possono accedere direttamente e illimitatamente, grazie a quella bestiolina portatile chiamata smartphone. La sequenza di questa tecnodipendenza è ben riassunta da Caligiuri: da Internet all’iPhone. Poi verrà l’AI, Chat-Gpt, e affini.
A differenza della televisione che ebbe nemici iniziali (dagli intellettuali apocalittici alle parrocchie, dai reazionari al Pci, ricorda Caligiuri) la nuova tecnologia non ha avuto soggetti collettivi e istituzionali ostili, ma solo risposte di tipo individuale. E la scuola? Tante riforme, a raffica, ma nessuna che incida sulla sostanza di questa prioritaria emergenza del paese, l’educazione, da tempo latitante. Aveva ragione il saggio e sornione Aldo Moro a proposito di riforme scolastiche: “È possibile far meglio ma è ancor più facile fare peggio”; e infatti in questi decenni le riforme sono state nel complessivo peggiorative. E ininfluenti sul destino dell’educazione. Anche perché prima delle riforme è in questione il ruolo, la qualità, la formazione dei docenti. Quel che resta, dal ’68 in poi, è ciò che Caligiuri ben definisce “facilismo amorale”, col paradosso di un appiattimento e un disconoscimento del merito che ha prodotto l’effetto opposto sul piano sociale: maggiore divaricazione tra i figli delle famiglie benestanti e quelli delle famiglie povere. E l’educazione ridotta a tema molesto e marginale, sostituito da altre parole d’ordine: inclusione, diritti civili, apertura alle diversità. Caligiuri coglie il nesso tra la crisi del sistema educativo e la crisi della politica e della partecipazione democratica: relazione evidente a dimostrazione di quanto sia centrale l’educazione in tanti ambiti.
Ma la parola d’ordine a Sanremo come nella vita è una: emozionarsi. Non i legami, gli impegni duraturi, i progetti, le speranze e la fatica di costruire, ma qualcosa di immediato e vago, soggettivo e sensoriale. Quando non sai che dire, non trovi le parole e le idee, dici: che emozione.
La Verità – 27 febbraio 2026
