Sì cacciare, ma poi?

Devo confessare una cosa. Nonostante lo scandalo generale e la condanna unanime, a me non spaventa affatto l’anatema di Casalino sui tecnici, confermato da Di Maio e Di Battista. A me non spaventa affatto la minaccia di mandare a casa i burocrati e i dirigenti pubblici riluttanti a seguire la linea del governo. A me non spaventa affatto nemmeno la guerra dichiarata dai medesimi e dal Toninelli contro la società autostrade per il ponte di Genova e contro la rete di complicità politiche e parastatali coi Benetton. Magari si potesse riformare lo Stato, cambiare direzione, effettuare lo spoil system, ridare efficacia ed equità. Mi andrebbe bene la rivoluzione. Ma a una sola condizione: se sai chi mettere al loro posto, dove mettere le mani, cosa fare. Altrimenti, sii prudente, sii graduale, annuncia quando puoi farlo e fallo quando sai chi e cosa metterci al suo posto.

Mentre Salvini marcia sicuro con la sua battaglia per fermare i migranti perché è a costo zero, se non addirittura con un saldo attivo; e gli basta mostrare casi, episodi, numeri, fatti simbolici per dimostrare che qualcosa sta cambiando, a lui bastano gli annunci per produrre effetti, soprattutto nella percezione della gente, ai grillini succede invece il contrario. I loro annunci tuonanti alimentano aspettative che non sono in grado di esaudire. Non solo quelle economiche, i sussidi, le assistenze, che costano un sacco, anzi due se si allargano pure agli immigrati. Ma restano incompiute, impraticabili, anche le rivoluzioni politiche, il ricambio delle classi dirigenti, la circolazione delle élite. Riescono solo a varare qualche provvedimento vistoso e punitivo, come quello sui vitalizi. Ma il ricambio, la sostituzione, l’alternativa no. Perché i grillini non sono capaci di sostituire neanche mezzo dirigente. Già i loro ministri sono capolavori di arte naive, esempi vistosi e plurimi di totale inadeguatezza al ruolo. Vengono sbranati, raggirati, dagli astuti commis di stato che già si mangiavano in un boccone i politici di lungo corso e di qualche autorevolezza; figuriamoci i novizi, i dilettanti allo sbaraglio, gli inesperti che non conoscono il lavoro.

Per carità di patria e per disperazione, o per speranza ridotta agli estremi, sto tifando per il governo in carica, soprattutto sul versante Lega-Salvini; o meglio li preferisco ai loro nemici, detrattori e iettatori. Reputo assurdo che chi ha occupato ogni posto di potere, come Renzi e la sinistra, si indigni se gli altri fanno altrettanto. Reputo anch’io necessaria una svolta profonda, un cambio radicale, condivido l’anelito di fondo e mi piace perfino il fervore che l’accompagna, quando non si acceca nell’odio e nel risentimento.

Ma poi li vedi all’opera e capisci che sono in grado di fare solo quel che già facevano all’opposizione: abbaiare, rifiutare, attaccare gli avversari ma non hanno la minima idea di cosa poi si debba fare. La storia del ponte di Genova rimasto dopo quarantatré giorni in sospeso nell’aria insieme al commissario, all’impresa che dovrà rifarlo e a tutto il resto, è l’esempio più vistoso della loro incapacità di intendere e d’agire. Alla loro totale inesperienza si unisce la malafede dei marpioni che ne approfittano per raggirarli e metterli in ginocchio. Il risultato è la paralisi e il discredito. È tutta un’emergenza per loro ma dopo non si fa neanche il primo passo. Chiamano di continuo l’ambulanza ma non c’è il medico ai soccorsi.

La stessa cosa a maggior ragione vale per l’apparato pubblico, la dirigenza dello stato. I grillini sono statalisti senza Stato: reclamano l’intervento pubblico in ogni cosa, forse pur sul maltempo, perché lo Stato vuol dire “noi cittadini”; ma poi non sanno che per funzionare uno stato ha bisogno di una classe dirigente, ha bisogno di ranghi competenti ed uffici funzionanti. E ha bisogno di quel che è mancato anche ai loro predecessori: una storia, una cultura, una visione e un senso dello Stato. E un’idea precisa di cosa sia la sovranità. Perché la sovranità non è la rete che scrive, che mette un like, che vota; ma la sovranità comporta decisione, autorevolezza, senso dei confini, rispetto dei meriti e delle capacità. Tutto un mondo alieno ai grillini.

Sarebbe bello avere un vero spoil system, una classe dirigente alternativa e consonante con l’idea di riformare lo Stato e rilanciare l’Italia. Ma non c’è, non si crea pescando a strascico con la rete, non nasce dal sorteggio di grillesca memoria, non viene fuori dalla Casaleggio & associati. Non potete cacciare i funzionari come “merde” e poi, non sapendo che fare dopo, nominare al loro posto le “vice-merde”. Insomma non è la rivoluzione che ci spaventa ma la loro incapacità di farla sul serio, fino in fondo. Non vorrei che il loro modello fosse la Raggi che a Roma a via di rifiuti, non fa crescere le opere pubbliche ma le immondizie. Non vorrei che dei grillini al comando restassero solo i rifiuti, in ogni senso.

MV, Il Tempo 27 settembre 2018

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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