“Da Mussolini allo ius soli, ecco come la penso”

Intervista per Metis Magazine del 1 settembre 2017

Innanzitutto come nasce la sua passione per la politica?

È una passione che mi accompagna dall’adolescenza, che non posso scindere dalla mi visione del mondo e dalla mia passione di italiano, meridionale e mediterraneo.

Vi confluiscono temperamento, l’epoca in cui crebbi – pervasa dalla politica e dalle ideologie – le mie letture filosofiche e storiche, il gusto di trasgredire il conformismo del mio tempo.

Fu prima passione di lettura, poi militanza politica attiva, fino a 17 anni, infine si “raffreddò” nell’attività di osservatore e di analista, collegandosi a libri, idee e cultura, attività giornalistica e saggistica.

Si sente più politico, giornalista o filosofo?

Politico non lo sono affatto, se non nel senso aristotelico di animale politico. Giornalista lo sono a metà, perché ho curiosità di capire e di interpretare il mio tempo; scrittore di filosofia (non oso definirmi filosofo) lo sono integralmente.

Lei è autore di diversi libri. Nel 2015 ha pubblicato un testo dal titolo Lettera agli italiani, un racconto sia ironico e passionale, sia storico e metafisico sull’Italia presente e passata. Qual è stato il messaggio che ha voluto lanciare?

È un messaggio estremo, una specie di ultimatum politico-affettivo al mio paese, in forma di lettera rivolta direttamente agli italiani, a cui è seguito un monologo teatrale in forma di comizio d’amore, una “serata italiana” che ho portato in un’ottantina di città.

Il messaggio è davanti al senso di decadenza che tutti avvertiamo del nostro paese, di “rovesciare la clessidra”, di tentare una rinascita.

L’ultimo suo libro ‘’ Alla luce del mito’’ di cosa tratta invece?

Come dice il titolo è un saggio dedicato a un bisogno fondamentale dell’animo umano, il mito. Cos’è un mito, come si manifesta, perché non possiamo farne a meno, perché in sua assenza fioriscono gli idoli, i surrogati dei miti…

Lei è di Bisceglie. Come vede il sud oggi?

Ne scrissi in un libro di varia umanità, Ritorno a sud. Lo vedo morto sul piano degli indicatori economici, sociali, demografici, ecc. L’unica sua possibilità è ripartire dal mito, dal racconto del sud, dall’intreccio di natura e cultura, di arte e bellezza, di cucina, agricoltura e creatività.

In che modo è possibile contrastare il pensiero unico dominante nel costume?

Innanzitutto dimostrando che un pensiero unico è un ossimoro perché il vero pensiero non può essere unico, e quando diventa uniforme smette di essere pensiero per diventare canone, precetto, codice ideologico politically correct.

Ha scritto molto su un importante periodo storico-politico: il ’68. Qual è la sua considerazione su quel che è stato uno dei movimenti di protesta più discussi del secolo scorso?

Il sessantotto è stato un po’ il padre, la madre, dell’egocentrismo dissolutivo del nostro tempo, della sua intolleranza permissiva, il contrario della tolleranza permissiva che denunciavano i sessantottini sulla scia di Marcuse, ha contribuito in modo decisivo a sfasciare la scuola, ‘università, la famiglia, la società, i rapporti tra le generazioni.

Quali sono stati gli errori? Lo definirebbe un movimento di opposizione e contestazione globale o più come forza di potere?

Nacque come contestazione globale, finì come abecedario del conformismo, dalle ipocrsie del  lessico al conformismo della trasgressione. Fu una rivoluzione radicale di costume, mentre fallì come rivoluzione politica ed economica perché non cambiarono i rapporti di potere, le fore politiche al governo, il sistema capitalistico.

Ha scritto anche su Mussolini. Secondo lei perché gli anziani del meridione hanno l’abitudine di dire ai giovani ‘’ Quando c’era Mussolini si stava bene’’?

Non solo a sud, mi creda… Perché c’è una divergenza vistosa tra il Racconto ufficiale, canonico, dominante, – che non si può mettere in discussione per non incorrere in reato- e la storia di quegli anni, il grande consenso popolare che raccolse, la grande considerazione internazionale, l’ammirazione dei tre quarti della grande cultura europea, le opere che lasciò, il ricordo nella gente, che serpeggia sottovoce.

Poi c’è il regime autoritario, c’è la violenza e la coercizione, c’è la guerra. Ma non si deve scindere una considerazione dall’altra.

Cosa pensa della promiscuità partitica di oggi e del fatto che ci sono tanti partiti e movimenti politici che, al di là del nome, di fatto non hanno un orientamento ben definito?

Il nichilismo della nostra epoca, il cinismo diffuso, l’egoismo come criterio di vita, il dominio della finanza e della tecnica, alla fine hanno pervaso anche la politica, che è diventata una periferia spenta e subalterna dei poteri veri, un luogo dove si sceneggia la polis ma dove non si producono valori, al più rancori.

Sarebbe contento se i suoi figli, oggi, intraprendessero la carriera politica?

Riscoprire la politica è una necessità vitale del paese, e dunque non potrei assolutamente sconsigliarli, anche se di primo acchito come padre, sarei portato a scoraggiarli. Cercherei solo di dare loro alcune avvertenze per l’uso e di destreggiarsi tra passione e disincanto.

Un’ultima domanda: lo ius soli. Qual è la sua opinione su questo progetto legislativo tanto discusso?

Per come è stato usato e impostato, serve solo a distruggere i fondamenti di una comunità, il legame famigliare, il legame patrio, la formazione e l’educazione: diventa un modo per andare incontro alla sciagurata, irrealistica e masochistica ideologia dell’accoglienza.

 

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