Ma Fiore non è Narciso

libri Veneziani

Intervista a cura di Maria Laura Consoli per Ellemme

Quanto c’è di autobiografico nella Leggenda di Fiore? nell’opera, per esempio, si scorgono netti, i colori della Puglia, seppur velati da una malinconica poeticità, sbaglio?

Nella leggenda di Fiore, soprattutto nei tratti dell’infanzia, ci sono inevitabili risvolti autobiografici, trasfigurati, che considero tuttavia irrilevanti ai fini dell’opera e del lettore. E mescolati a storie d’altri o di pura invenzione. Ma non uso Fiore per raccontare la mia vita, semmai uso la mia vita per raccontare Fiore. Del tutto trascurabili sono i dettagli autobiografici. Inevitabili anche le tracce dei miei luoghi d’origine; la Puglia c’è anche se non viene mai nominata, come nessun altro luogo.

Come nei Racconti di un pellegrino russo; nel Profeta, di Gibran Kahlil Gibran; ne L’Alchimista, di Paulo Coelho; ne La faccia verde, di Gustav Meyrink; nel Medicus, di Noah Gordon; nelle Memorie di un nano gnostico, di David Madsen e moltissime altre opere, possiamo affermare che pure la  sua Leggenda di Fiore  contempli la possibilità di un primo – primissimo – livello di lettura che allude alla cerca di se stessi (il platonico Mito di Er, il riconnettersi con il proprio daimon) condizione preliminare per qualsivoglia proseguo verso una effettiva realizzazione?

Ho inteso la leggenda di Fiore come un cammino di liberazione da se stessi e soprattutto dalla patologia dominante e pervasiva di sé, il narcisismo o l’egocentrismo. Fiore si libera gradualmente di sé, cerca la verità della vita, dell’essere e del mondo più che se stesso. Naturalmente ogni cammino spirituale è un cammino che arricchisce interiormente, spogliandosi di sé.

Il sottotitolo scelto è sicuramente consono: per i continui rimandi a temi di natura spirituale, ma ciò potrebbe rendere l’opera di non facile fruizione per i lettori sprovvisti di sufficiente competenza ed interesse per i temi della mitologia, della religione, dell’esoterismo, concorda?

La leggenda di Fiore può essere letta a vari livelli: può essere un’amabile fiaba ricca di incontri, avventure e sorprese; può essere un viaggio di conoscenza, di nostalgia e di riflessione; può essere un cammino di realizzazione spirituale. Sono disseminati riferimenti simbolici e richiami mitici; qualcuno magari potrà apprezzare la bellezza del paesaggio o dell’andatura, altri coglieranno questi riferimenti più nascosti. Come ogni pianta, c’è una radice, un tronco, una corteccia, i rami, i fiori e i frutti… ciascuno si soffermerà al livello che gli è più consono.

Pur contemplando la possibilità di differenti livelli di comprensione, è innegabile che il suo testo viene a porsi quale discrimine fra quei lettori che fanno propria una concezione materialistica dell’esistente e altri che tale visione rifiutano, per causalità variamente definibili: di natura karmica, metafisica, di predestinazione… Differenti equazioni personali (conducenti ad antitetiche “assunzioni di campo”) caratterizzate da sensibilità diverse, che  originano variegati livelli d’apprezzamento dell’opera, non crede?

È inevitabile. L’opera del resto reagisce all’impoverimento spirituale del nostro tempo ed invita a evadere dalla prigionia del presente. Si può leggere Fiore, lo ripeto, anche non condividendo questa visione; ma è evidente che presentandosi già come romanzo spirituale, ha una precisa avvertenza d’uso che chiarisce in partenza il senso e l’orientamento dell’opera.

Nell’economia della storia narrata, l’amore ha un ruolo rilevantissimo, fino al punto di farne una forza in grado di contribuire al disvelamento del significato, ultimo, dell’umana esistenza?

Gli amori, nell’avventura di Fiore sono intensi ma brevi, benché fruttuosi. Sono stazioni di passaggio, stadi di conoscenza e di esperienza. Ma l’amore in sé è lo spirito della ricerca, la molla che muove al cammino, che cerca il punto di fusione. L’amore è un’ascesa dai corpi alle anime, dai paesaggi ai saperi; al suo massimo grado l’amore è amor divino, amore di verità e di sapienza, amore della luce. Gli amori sono per così dire i colori, l’amore è la luce.

Sono nella leggenda di Fiore, com’è giusto aspettarsi trovare in ogni narrazione esoterica con la “E” maiuscola, riferimenti dottrinali e suggerimenti operativi. Si sentirebbe di evidenziarne alcuni, a beneficio di quei lettori che, percependo esser rimasti privi di qualsivoglia punto d’appoggio, desiderano trovare il loro personale centro di gravità permanente?

No, vorrei che rimanesse l’innocenza del racconto, il fluire magico della narrazione, il suo ritmo, la sua armonia. Il resto traspare in alcune allusioni ed è affidato nelle mani di chi legge. Ciascuno poi, se vorrà, troverà altra ispirazione secondo il suo grado, la sua esperienza, il suo rango di vita. È l’alchimia tra la pagina e il lettore che genera la chiave di lettura più consona. Nelle pagine si spargono segnali, messaggi, piste, tracce ma senza alcuna pretesa di costituire un percorso iniziatico e di presentarsi come maestri.

Considerando esser lei, anche, storico, potrebbe ritenersi occasione mancata l’aver omesso qualsivoglia riferimento, pur minimo, a quella che è stata definita “la terza dimensione della storia”, quella sotterranea, invisibile, meta-storica?

Non mi considero uno storico, anche se mi occupo talvolta di storia e più me ne occupavo in passato, soprattutto delle pagine più controverse. Questo viaggio è volutamente fuori dal tempo e dalla storia, dai suoi affanni e dalle sue polemiche; si dispiega in una dimensione mitica che potrà anche essere letta come un fiume carsico che percorre le profondità della storia. Ma senza la pretesa di esprimere una teoria metastorica.

In considerazione: della sua conclamata passione politica, precedente produzione intellettuale, ben noto impegno civile, ritiene corretto considerare core del libro, la stigmatizzazione – teoria zoomorfica dell’umanità, denuncia del processo disgregativo del cattolicesimo, ancor più favorito dall’azione dell’attuale pontefice, ecc. – di questo nostro, triste, tempo attuale?

Non è la mia finalità principale ma sarei falso se negassi che la molla di questo libro, la molla che mi spinse a scriverlo e credo la molla che può spingere a leggerlo, è legata a un rifiuto, una delusione, una ribellione rispetto al tempo presente, ai suoi totem e i suoi tabù. D’altra parte la vicenda del Papa ha qualche precisa valenza allusiva al nostro oggi… Ma la stessa idea di prescindere da ogni riferimento storico, civile e temporale è una precisa scelta e, se vogliamo, una dichiarazione esplicita di rigetto della miseria presente.

Negli anni’70, lei è stato il primo a “postulare” la valenza incapacitante della weltanschauung tradizionale. È lecito affermare che le vicissitudini esistenziali e le tribolazioni interiori di Fiore, per come da lei simbolicamente narrate, alludono al fallimento cui è destinato ogni percorso realizzativo che a quel particolare mito – appunto – incapacitante, abbia ad ispirarsi?

Si può leggere in questo modo, e si possono trovare riscontri biografici, generazionali, storici che confermano quel disincanto. Ma alla fine credo che vi sia una scelta tra l’essenziale e il passeggero, il politico e l’esistenziale, ciò che resta rispetto a ciò che appartiene solo allo spirito del tempo. Se una molla iniziale può essere quella, il cammino che segue, procede in autonomia per altri sentieri, superando ogni memoria e rigetto. Quando intraprendi quel cammino tutto quel che aveva una connotazione d’impegno civile appare remoto, piccino, poco significativo e poco incisivo.

Alcuni dei suoi primissimi scritti giovanili apparvero su Solstitium, rivista che ebbe ad avvalersi dell’apporto di Autori della levatura di Pio Filippani Ronconi, Emilio Servadio e numerosi, validissimi, altri, che memoria conserva di quell’ambiente culturale, di quelle frequentazioni?

In realtà non ebbi frequentazioni assidue in quel mondo, anzi in quei mondi, spesso l’un contro l’altro armati; non ricordo di aver scritto nulla, o perlomeno nulla di significativo. Magari a volte li ho letti, ho trovato qualche consonanza, ho rispettato i loro percorsi ma ho seguito altre strade. Ho un luminoso ricordo di Filippani Ronconi e una positiva memoria di Servadio.

L’ultima, prima di sentitamente ringraziarla per la disponibilità mostrata, riguarda un elemento, non secondario, della trama del suo caleidoscopico romanzo, ovvero, il mare: quello di Bisceglie? quello di Talamone? quello dell’Isola delle donne o, se preferisce, delle femmine?

La bellezza del mare è proteiforme, è duttile e può essere il mare di Talamone come quello di Bisceglie, o quello mitico dell’Isola delle donne; comunque il mare mediterraneo. Ma la bellezza del mare è poi nella magia del ritorno, come le onde, la risacca, i viaggi, le maree… Amo il pensiero meridiano di Camus, le ispirazioni mediterranee di Valéry, i mari del sud…Il mare è la figurazione fluida del destino, è il rappresentante del cielo in terra… Ho costruito la mia vita sulla sponda del mare, leggo, scrivo e penso davanti al mare, ho scrutato nel mare cercandovi il fato, i ricordi e i presagi. Non so vivere senza quello sguardo che finge di perdersi nell’azzurro per ritrovarsi.

 

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