Nostalgia di Natale

Confesso che negli anni passati alla vigilia di Natale sognavo d’ibernarmi e poi farmi scongelare dopo la Befana. Non sopportavo le feste, le case ripiene di tutto, anche di gente; i consumi, i dolciumi, i regali, i pranzi infiniti, le grandi panzate, i giochi, i veglioni, le luminarie, i babbi natali, i botti e le fiaccole. Il Natale stucchevole, di glassa e di ovvietà, il festival domestico delle banalità rituali.

Quest’anno pur di riavere il Natale mi sottoporrei alle più insopportabili torture: alle tavolate lunghe, larghe e infinite, ai parenti e amici più molesti, a mangiare il viscido capitone, alle luci a intermittenza tra le palle, a giocare a tombola, come minacciava ogni Natale mia figlia, a girare tra le bancarelle di piazza Navona (che erano lì per le feste ma si protraevano poi per due mesi), a posare con Babbo Natale, a sparare i botti e perfino ad accodarmi come un fesso al trenino di fine anno…

Capisci quanto è bello Natale quando viene a mancare, quando non puoi festeggiarlo, quando ti impongono di non celebrarlo come Dio comanda. E capisci i tuoi genitori da vecchi, i nonni in generale, che non sopportavano il chiasso, le corse e gli schiamazzi dei nipoti ma poi li cercavano quando erano lontani, li aspettavano, li mimavano, ne avvertivano la mancanza.

La nostalgia è il dolore più dolce per tutto ciò che sentiamo vicino e patiamo lontano. Questo sarà il Natale della Nostalgia.

Non voglio polemizzare con nessuno, almeno nei giorni stretti di Natale. Da questo Natale in penitenza (o in penitenziario), così dimesso e decimato, spero solo che resti una cosa, in forma di lezione: che impariamo a distinguere l’importante dal superfluo, le cose che davvero ci mancano dalle cose di cui possiamo fare a meno, che ci rendono anzi migliori proprio quando non ci sono.

Non ci mancheranno, del resto, i regali e i consumi, non ci mancherà il panettone. Non ci mancherà nulla di tutto quel che è riproducibile, ossia prodotto e riprodotto in serie, acquistabile ovunque, intercambiabile e trasportabile. Nulla dell’oggettistica di Natale ci sarà proibita, a volerla; ce la porteranno gli angeli salariati di Amazon e i re magi a contratto dei corrieri.

Ci mancherà invece tutto ciò che è irriproducibile, intrasferibile, irripetibile e insostituibile. Unico. Ci mancheranno le persone, i luoghi più cari, i riti in famiglia, le facce, le voci, gli abbracci di chi ami davvero.

Ci mancherà il paese d’origine, a cui in tanti tornavamo, perché Natale è la festa del ritorno. Ci mancheranno i suoi scorci paesani e marini, i suoi inconfondibili odori di festa e di forno, le persone che incontri allo struscio della festa, anche quelle più moleste e prolisse che un tempo scansavi. Ci mancheranno il lungo pranzare, ozioso e vociante, le solite voci che dicono le solite cose dei giorni di festa, gli amarcord familiari che sono in fondo l’appello degli assenti; gite in famiglia alla ricerca del tempo perduto. Perché Natale sapeva essere, tra le banalità e le leccornie, anche il tempo dei bilanci e dei legami, in cui per un momento sospendi il travaglio e vedi la vita che ti scorre davanti, con le sue luci e le sue ombre, come le intermittenze delle luminarie.

Ci mancherà soprattutto la processione per le stanze di casa, con i bambini che portano il Bambinello, quel rito santo e demente che attraversa tutta la casa cantando, con una candela tra le mani e una sequenza fraterna e filiale di passi. E tu che spii le loro facce e le vedi uguali e cambiate, scopri nei loro volti la tua vecchiaia, ma tutto è più tenero e rassicurante quando è fatto insieme, in comunanza di sorte. Quel che ci mancherà di Natale non sarà la tv accesa, il Papa, il Presidente, il concerto di Capodanno e il brindisi; ma quel clima intimo di casa tua, perfino quell’odore tipico del vostro Natale, quel modo famigliare di tradurre il Natale nel gergo domestico degli affetti di casa. A volte le poltrone vuote raccontano la nostra anima più delle stanze piene, farcite di tutto.

La dolcezza del presepe, i suoi personaggi, anche i più buffi e risaputi, lo stupore della Natività, la tenerezza della Madre, l’universo che si fa grotta, la stella che indica la via, la soavità degli angeli, il calore degli animali, il prodigio dell’avvento, la comunità che si fa famiglia, la preghiera insieme, inter nos; nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. È tutto universale, lo so, riguarda l’umanità; ma nel presepe tutto ha senso se è tradotto nel lessico di famiglia, con i personaggi di casa tua, negli angoli consueti di casa tua, la carta da presepe e l’ovatta di casa tua e l’architettura tipica che gl’impresse la regista domestica del vostro presepe.

Questo Natale latitante, in contumacia, agli arresti domiciliari ma senza casa, questo Natale con le famiglie troncate, magari ci farà capire cos’è importante a Natale e cosa no, cos’è superfluo e cos’è necessario, vitale o spirituale che sia. Sarà la mancanza a farci capire com’è importante la presenza. Perché non esistono le cose senza le persone, non esistono i regali senza la festa degli sguardi di chi dona e di chi riceve, non esistono doni senza il pacco degli affetti che li accompagnano. E sono più spenti i riti senza comunità di anime e di corpi; anche la santità ha bisogno che si incarni, non si può vivere da remoto, non si ama in smart working. Non c’è Natale senza baci e senza abbracci; quel che pensavamo fosse il contorno o la cornice era invece l’essenza e il cuore natalizio. Giro intorno per dire la parola chiave: a Natale lo spirito si fa carne. Questo Natale dimezzato ci serva almeno a scoprire che la metà più preziosa e luminosa di Natale è quella in ombra, quella che non si vede.

MV, La Verità 24 dicembre 2020

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