Ratzinger, il Papa che si ritirò

Sembra un’eternità ma sono passati solo quattro anni dalla rinuncia di Benedetto XVI al papato. Ora papa emerito, Joseph Raztinger oggi compie novant’anni.

Quando fu eletto apparve come il papa della continuità, non solo rispetto a Woytila ma alla tradizione cattolica. La sua elezione rispecchiava la centralità tedesca nell’Europa unita. Sul piano pastorale, l’avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada e una sfida: affrontare il nichilismo o l’ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l’Europa cristiana.

Una specie di kulturkampf, di battaglia culturale, con un papa intellettuale a guidare la sfida. Ma la sordità dell’Europa, i pregiudizi verso la Chiesa e il Papa tradizionalista, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici che lo travolsero, le fake news, o meglio le maldicenze contro di lui, l’inimicizia dei poteri che contano, portarono Ratzinger alla disfatta.

La Chiesa allora preferì puntare sul cuore anziché sulla testa e ripartire dalle periferie del mondo, a sud, anziché dall’epicentro della crisi, a nord. Con Francesco, il papulista, è nata la parrocchia globale e l’interclub (rotariano) delle religioni, con una spiccata predilezione verso gli islamici, anche migranti.

Se Francesco, con la sua accorta semplicità, è più vicino alle folle e ai popoli lontani, Ratzinger, papa a latere nel suo ritiro monastico, è più vicino alla solitudine spirituale degli europei. Il papa sconfitto dal suo tempo ne riflette il tormento e la crisi.

Resta il disagio di vedere due papi vestiti di bianco che vivono a poca distanza e talvolta s’incrociano ingenerando smarrimento ottico e pastorale. E resta lo choc di un Santo Padre che si dimise dal suo ruolo paterno, abdicò alla missione pastorale, spezzando il filo della tradizione. Ma se la Provvidenza a volte muta le sventure in grazia, un papa dimesso, in disparte, fuori dai riflettori, può farsi testimone e consorte delle solitudini diffuse.

Si avvertiva nella voce di Ratzinger l’affanno dei secoli e nei suoi occhi che evitavano di incrociare lo sguardo del mondo sembrava celarsi un segreto. Forse la percezione della catastrofe spirituale del nostro tempo, lo spettacolo di un’abissale sordità alla missione religiosa e alle aspettative della fede.

Nel suo invecchiare si rifletteva la tremenda vecchiezza della Sposa di Cristo: chiese deserte, vocazioni calanti, sacerdoti che vacillano nella fede. Il cinismo che cresce. Quanto ha pesato l’impossibilità di fronteggiare il deserto che avanza nell’eutanasia del papato?

Le sue dimissioni pronunciate in latino sancirono con asciutto lindore il fossato incolmabile che lo separava dal suo tempo. Il latino le scolpì nel marmo del passato, le rese lapidarie e indelebili.

Da un verso Ratzinger fu un rigoroso difensore della fede e della dottrina contro la dittatura del relativismo; ma dall’altro c’era in lui il tormentato filosofo che si confronta con l’ateismo e riapre i conti con Nietzsche, Heidegger e il pensiero contemporaneo.

Lui che è stato strenuo difensore della Tradizione, lui che il filosofo cattolico Del Noce definiva “il più alto esempio di cultura di destra”; proprio lui, si è affacciato nelle terre incognite dell’ateismo più di ogni altro papa.

Arrivò a dire che un inquieto cercatore privo di fede è più vicino a Dio di un devoto per routine, così sconfessando millenni di fede tramandata e milioni di fedeli per consuetudine. Si spinse poi a dire che la verità non abita dentro di noi, nessuno la possiede; ma la verità possiede noi, noi siamo dentro la verità. E dunque nessuno detiene il monopolio della verità e può disporre in suo nome.

A ben vedere, è una rivoluzione rispetto alla fede insegnata nei millenni, ma anche rispetto a chi ritiene irraggiungibile la verità e non si accorge di essere invece dentro il suo raggio. Ratzinger fu lacerato dal conflitto tra fede e inquietudine, tradizione e ricerca, poco compreso dal mondo.

Per la sua fragilità era più amabile del suo predecessore e del suo successore, ma fu meno amato di ambedue. Le sue dimissioni da Santo Padre furono la testimonianza più alta e sofferta della società senza padre in cui viviamo.

Non si dimenticano i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale, le sue delicate maniere, le sue pantofole rosse.

Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: sono un pensatore che regge le sorti del Pontificato. Aveva “quel non so che di angelico”, come diceva Petrarca di Celestino V , il papa che abdicò, “inesperto di cose umane”.

Fragile come un cristallo, ma splendente di luce. A volte Ratzinger si abbandonava ai sorrisi, occhieggiava all’umorismo degli angeli o si atteggiava a un’affabile severità che lo faceva somigliare a Paolo Stoppa interprete del Papa Re nel Marchese del Grillo.

Di tutte le sue lezioni teologiche ci resta impressa la più puerile. Fu a Milano, qualcuno gli chiese come s’immaginava il paradiso. Liberandosi mentalmente della mitria, il Papa disse che lui il paradiso lo figurava come un ritorno all’infanzia, con suo padre e sua madre.

Una confessione proustiana, tenera e universale, che sfugge al rigore della dottrina e alla fede, parte dal cuore e arriva diritta al cuore di ognuno. Gli unici paradisi intravisti in terra sono i paradisi perduti.

Ratzinger è apparso come il Papa di transizione tra due pontefici di alta popolarità e forte efficacia mediatica. Quanto poi questo giovi alla fede e alla religione lo sa solo Dio.

Si riscontrano solo cali di vocazioni, chiese disertate, nessuna conversione. Comunque sia, Auguri Santità.

MV, Il Tempo 16 aprile 2017

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