Elogio del Gattopardo

Molti pappagalli abusano di una frase celebre e assai fraintesa del capolavoro di Tomasi di Lampedusa – “bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima” – per ridurre il Gattopardo a un manifesto dell’italico trasformismo, confondendo i camaleonti, le bisce e i saltafossi con la nobile stirpe dei Gattopardi.

Sbagliate animale. Il Gattopardo è un fiero e aristocratico felino e la sua trasfigurazione araldica lo conferma. È rampante, non mutante. Ma ancor di più lo conferma il Principe di Salina, sia nella versione del romanzo di Tomasi che in quella del film di Visconti.

Il Gattopardo è il contrario di un opportunista, di un voltabandiera, uno che vuol cambiare tutto perché tutto poi resti come prima. È un disincantato signore che con elegante malinconia meridionale abdica alla vita, si ritira dal mondo ed entra con regale lievità nel regno del passato.

Don Fabrizio cede il passo con distaccata galanteria e un velo di disgusto ai parvenu, agli arrampicatori sociali e ai nuovi dominatori. Dopo di noi gattopardi, dice, verranno gli sciacalletti, le iene.

Il gattopardo non è un manuale di sopravvivenza per galleggiare, ma un trattato di stile sulla nobiltà del ritirarsi. Il Gattopardo affonda col proprio mondo accennando una smorfia di sorriso, è un vinto alla sua cerimonia d’addio, non un furbetto arrivista e trasformista che si sta attrezzando per farla franca.

Il Gattopardo descrive l’esatto contrario del tipico italiota che sopravvive ai regimi e alle mode. Non confondiamo il principe di Salina col principe de Curtis, in arte Totò, che interpreta Uomini e Caporali. È curioso pensare che il miglior romanzo dedicato al Risorgimento non ne celebri il trionfo ma sia visto con l’occhio dei vinti; ma le sconfitte ispirano più alta letteratura delle vittorie.

E poi Il Gattopardo è uno dei rari libri autenticamente conservatori che abbia espresso l’Italia repubblicana. Che sia stato pubblicato da Feltrinelli e che sia arrivato ciononostante alla gloria, induce a due considerazioni: la prima sulla povertà organizzativa, politica e culturale del mondo conservatore in Italia; la seconda sulla penuria di veri geni creativi nella cultura egemone progressista. Che disponeva di grandi fabbriche culturali, di organizzazioni intellettuali, ma era carente di vette letterarie.

E infatti quel che resta sono le opere aristocratiche dei vinti, i Tomasi e i Buzzati, i Praz e i Morselli, i Berto e gli Alianello. O di vinti a disagio nel campo dei vincitori, come Pavese e Pasolini.

A sessant’anni dalla morte di Tomasi di Lampedusa lasciate al Gattopardo la nobiltà della sconfitta e la voluttà principesca del suo congedo dal mondo trionfante. Quelli che stanno sempre a galla quando cambiano i regimi non sono i Gattopardi di Salina ma i Caporali di Totò o i Parlamentari in carica, in via di transumanza. Altro rango.

MV, 25 luglio 2017

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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