Fini, la destra e la balena blu

Lasciamo stare la vicenda giudiziaria, personale e famigliare di Fini. Concentriamoci invece su un risvolto terribile sul piano politico ed etico.

Terribile per chi si è sempre riconosciuto nella destra sociale e nazionale, ha votato nei secoli Msi e poi An, ha militato e magari ha persino assunto ruoli politici in quel partito. Per una vita ha scelto di stare dalla parte sbagliata, si è sentito vituperato a norma di legge, ha subito per decenni discriminazioni dai moderati e aggressioni dagli estremisti, disprezzo dai media. Porte chiuse.

Poi un bel giorno il clima cambia, avviene una mutazione di legge elettorale e si compone una strana alchimia di alleanze; la destra che sembrava morente diventa grande, va al governo per un decennio non consecutivo, di cui una legislatura intera – mai accaduto nella Repubblica italiana.

Il suo leader piace, è il numero due del centro-destra, l’inevitabile successore di Berlusconi, cessa la conventio ad excludendum della destra che proviene dal neofascismo.

Bene, cioè male. Al governo l’esperienza di An in tre i governi lascia pochi segni, nessuna impronta di destra, salvo qualche piccola testimonianza (tipo la Giornata del Ricordo). Le due leggi che recano la firma di Fini, sulla droga e sugli immigrati, sono state abiurate dallo stesso Fini.

Ma accade una cosa vistosa, quasi storica: dopo tanti presidenti della Camera venuti dal comunismo – dico la Jotti, Ingrao, Bertinotti, Violante – arriva finalmente uno di destra, anzi il leader della destra venuto dal neofascismo. Lui, Fini.

È la definitiva legittimazione della destra nelle istituzioni. È la svolta. Dei presidenti venuti dal comunismo possiamo criticare tante cose sul piano ideologico e politico, possiamo ritenerli parolai o demagoghi, nefasti nei loro ruoli passati.

Ma nessuno di loro si trovò costretto ad autodefinirsi coglione per non farsi giudicare un delinquente. Nessuno di loro si è trovato invischiato in vicende giudiziarie torbide, nessuno di loro è apparso un corrotto e uno pronto a usare il suo ruolo per farsi i suoi interessi e quelli di clan, cognati inclusi.

E nessuno di loro si è venduto a prezzi stracciati un pezzo di eredità anche immobiliare del suo partito, per fare un favore alla sua famiglia coi soldi di uno in odore di mafia secondo gli inquirenti, che era stato favorito da una legge “generosa” approvata dal Parlamento presieduto dal medesimo.

Ci voleva uno di destra per gettare quelle ombre su Montecitorio e sulla destra stessa.

Ripeto, lasciamo stare la vicenda giudiziaria, concentriamoci solo sull’effetto politico. Dopo mezzo secolo di onorata opposizione e tre lustri di mediocre esperienza di governo, il primo uomo di destra sbarcato sulla luna del Palazzo compie quell’indegno misfatto.

Nella storia, gli uomini di destra – conservatori, rivoluzionari o nostalgici che fossero – erano galantuomini, uomini d’onore, che tenevano soprattutto alla dignità e al buon nome. In Italia, dai tempi della sinistra precomunista a quelli della sinistra postcomunista, era la sinistra semmai a indulgere nel malaffare. Non la destra, o assai meno la destra nazionale.

Onestà, moralità, senso dello Stato erano i suoi punti fermi. Dei fascisti poi non ne parliamo. Lasciamo stare colui che a norma di legge non si può elogiare, ma pensate, solo per citarne uno che fu pure esponente di primo piano del Msi, Araldo di Crollalanza. Un gigante. Maneggiò soldi per compiere opere grandiose, ma non tenne per sé neanche una lira.

Anche i socialisti, quando andarono al governo, ci arrivarono con la fame arretrata, direte voi, si fecero presto corrompere. Tangenti, appalti truccati, clientelismi, cognatismi.

Il paradigma solito è Craxi; ma Craxi oltre al malaffare di cui si circondò, fu un grande politico, anzi lasciatemi dire, il più grande politico e statista d’Italia, dagli anni ottanta a oggi. E molti dei suoi uomini furono politici di spessore.

Invece la destra che Fini condusse alla scomparsa e poi al tracollo non merita nemmeno l’onore delle armi e la consolazione di aver lasciato un buon ricordo. Destre politiche e fondazioni, vi supplico, fate sparire i riferimenti ad An, perché il suo padre-padrone fu quel Fini lì e quella sigla evoca un’infamia e un fallimento, a prescindere dalla volontà e dalla qualità dei suoi elettori e di tanti suoi esponenti (comunque, il meglio di An si chiamava Msi).

Pensavamo che An fosse stata fagocitata dalla Balena Bianca, il vecchio cetaceo democristiano. E invece era peggio, al punto che Storace invoca per Fini la Balena blu, che non è forza Italia ma il suicidio. Lui, il suo addetto stampa e consigliere, gli ha consigliato di spararsi.

E noi che ci lamentavamo: la destra, passando per il governo e per le istituzioni, non ha lasciato traccia di sé. E invece, con Fini l’ha lasciata, purtroppo.

MV, Il Tempo 31 maggio 2017

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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