Fini va a giudizio

Il Tempo è galantuomo e non raccontava frottole. L’ex presidente della Camera e di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini è stato rinviato a giudizio per riciclaggio. Con sua moglie, suo cognato, suo suocero, meglio noti come i Tulliani, e altre sei persone. La vicenda, si sa, riguarda la casa a Montecarlo, lasciata in eredità dalla contessa Colleoni ad An, svenduta ai Tulliani ma pagata coi soldi del re delle slot machine Francesco Corallo, rivenduta poi dai Tulliani a prezzo quadruplicato.

Nel fascicolo si fa riferimento a un giro di riciclaggio per oltre 7 milioni di euro. La famiglia Tulliani aveva ricevuto nelle società offshore grandi somme di denaro da Corallo mentre in Parlamento si approvava la legge sulle slot machine. Non vi ripeterò per filo e per segno tutta la storia e i suoi personaggi, le accuse a Fini e le sue scuse, la sua autocertificazione di coglioneria come alibi, e così via.

Mi limito a osservare tre cose.

La prima è che non era una macchina del fango quella che portò Gian Marco Chiocci, il Giornale e Il Tempo a scoprire e denunciare quella brutta vicenda. Semmai erano macchine dell’omertà e delle sabbie mobili quei giornali e telegiornali che per anni hanno attaccato come delinquenti prezzolati gli accusatori di Fini e hanno coperto e difeso il medesimo in modo vergognoso. E alcuni continuano a farlo ancora, mettendo la sordina a queste notizie giudiziarie.

La seconda è che non si comprende il silenzio assordante di quel che resta di An anche ora che la vicenda assume questi precisi contorni: a lungo chiedemmo loro e alla Fondazione An di costituirsi parte civile o perlomeno di prendere pubblicamente le distanze dal loro ex presidente e mettersi chiaramente dalla parte dei veri danneggiati di questa vicenda, i militanti ed elettori di An e del vecchio Msi. A partire da quelli che pagarono di persona la loro militanza di una vita, si sacrificarono per quella fiamma tradita così palesemente dal loro ex-leader.

La terza cosa è il mistero di quest’uomo che poteva diventare il leader del centro-destra e d’Italia, che godeva di un potere e di una popolarità enormi, che veniva da un partito con tanti limiti e difetti ma non certo un comitato d’affari e di malavita. Con quella gente che lo votava, con quella storia importante che era dietro di lui, magari a sua insaputa, con quel codice d’onore, di cui era ignaro e incauto portatore. Ma possibile che si sia bruciato così, possibile che si sia lasciato trascinare fino a quel punto, non c’era davvero niente dietro la sua oratoria, neanche un filo di cuore, di mente, di coscienza? Della sua cinica inconsistenza eravamo convinti da tempo, e così della sua scarsa aderenza a quella visione, quello stile, quell’idea di cui era indegno rappresentante. Eravamo convinti che riducesse una storia grande e controversa a una buccia di parole vuote, e un uomo alla sua cravatta (rosa).

Ma nonostante tutto questo, resta misteriosa la ragione di quello che è poi accaduto. Così dobbiamo accontentarci di ripetere che la versione migliore in difesa di Fini è quella da lui adottata: era solo un cretino, irretito da una donna.

MV, Il Tempo 17 luglio 2018

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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