Storia di una casa disfatta

Ho visto una casa finire in brandelli, e non per un terremoto, un incendio, una fuga di gas. Una famiglia stagionata, di componenti adulti, con delibera unanime, ha deciso di sciogliersi, dopo definitive separazioni e sopraggiunti limiti d’età. E ha deciso di smantellare la casa disabitata. Una come tante, niente di straordinario; le famiglie sono insiemi fluttuanti, ormai, si compongono, si scompongono, si decompongono. Il tempo divora le famiglie, come Chronos divorava i suoi figli. Una volta la casa era il punto fermo della vita, l’asse che non vacilla di una famiglia. Ora la vita è un punto mobile, quasi sfuggente, e la casa è diventata un bene mobile più che immobile, a volte anche un male mobile, grumo sofferto di menzogne e rancori, dove si radunano le infelicità e le frustrazioni e prendono corpo; si cambia e si trasloca tante volte nella vita, oggi assai più di ieri. E la famiglia è unione fragile e provvisoria, magari di lunga provvisorietà e di indistruttibile fragilità.

Questo è il racconto di un autosfratto, l’evacuazione concorde dalla tana famigliare. La famiglia si scioglie e ognuno prende la sua strada. I ragazzi son grandi e i grandi tornano single. Chiude la casa dove un tempo viveva una famiglia. Aveva perso i pezzi lungo la strada. Andò via il padre, poi la madre, poi il figlio, infine la figlia, dopo un anno di solitudine nel vuoto domestico. E dopo di loro, in una lenta cerimonia d’addio travestita da transito merci, vanno via tutti i mobili e gli oggetti di casa, uno dopo l’altro, in una processione di arredi, ricordi e smontaggi. Il letto matrimoniale si perse per primo, eppure era la nostra zattera, dove stavamo per ore coi bambini. Poi andarono i libri divisi tra case, il tavolo e le sedie dal rigattiere, insieme al soggiorno, i comodini e il lume che calava il cappello di luce sopra il divano. Le cose del padre seguono il padre, la credenza va dalla madre, insieme ai servizi di piatti e bicchieri e il comò di sua nonna; i quadri spartiti, i vestiti alla Caritas, scartoffie agli appositi cassonetti, le stanze dei ragazzi naufragate nell’incuria degli abbandoni. Perduta l’unità della casa, schizzano le sue porzioni.

Ogni pezzo salvato andò a far compagnia alla solitudine di ciascuno; il resto lo portò via il fiume del tempo. E un fiume in piena sembrava davvero la roba che usciva di casa: come un’alluvione affioravano nel gorgo tranci di passato, lacerti di vita, poltrone, cuscini, lampadari e vassoi, tazze di latte, provviste scadute. Il catalogo di quasi un trentennio, l’inventario di una casa disfatta. Abiti, abitudini, abitare, tutto vortica nella centrifuga del tempo. Finisce la casa, subentra la foresteria, piccoli profitti occultano perdite gravi. L’hai vista andar via pezzo su pezzo, la casa, come a un’asta fallimentare del destino, quasi per divertirvi. Voi battevate i pezzi all’incanto e loro si spartivano il bottino, saccheggiando il vostro passato. Vanno via come felini con la preda penzolante dai denti o come formiche operose che si caricano tra il dorso e le zampe la mollica più grande di loro. Per terra, sui muri, perfino sui vetri restano le tracce del passato, aloni del tempo e chiazze di vita trascorsa. Fate piano con la poltrona, voi non vedete ma sono ancora seduti i ricordi, sono fragili come vetri, le schegge feriscono…

La fine ricorda l’inizio, la casa vuota da cui cominciò. Ora ti scorre davanti, come in un trailer a ritroso, il riassunto di una vita vissuta, tramite icone, feticci, reperti di vite scadute, strati geologici di età precedenti. Esonda il passato sprigionato dai pezzi divelti: pianti notturni, scene d’amore e di gelosia, compiti a casa, pagine scritte coi bambini in braccio, porte sfasciate, pranzi sereni, giochi puerili di bambina con la testa ficcata dentro il divano, le preghiere serali nell’altra stanza, fraseggi nostrani, maschere di carnevale, vestiti di comunione, album di pianeti temporali perduti. Si sbaraccano brani di vita, il futuro è impaziente e batte nervosamente le dita. Non resta che resettare.

Ricordi la gioia del trasloco da bambino. Mezzo secolo fa, la casa da vuotare, il piacere di una casa da riempire, l’attesa eccitante del nuovo. Allora lasciavate solo i muri alle spalle, non le persone. La sera si mangiò pesce fritto, era di buon augurio. Si va tutti insieme a star meglio, nella casa più grande, col termosifone, un balcone infinito, la loggetta. Niente più stufa, borsa calda a letto, sei persone in tre stanze e un bagno solo. L’euforia di un trasloco dall’arcaico al moderno. Nel presente trasloco non manca il piacere della catarsi, il gusto di liberarsi d’annosi fardelli e rendere leggero, essenziale il proprio bagaglio; il piacere di aggiudicarsi filetti del comune passato, sbucciati dall’atmosfera di casa. Via la zavorra. Non manca pure la dissennata euforia del vuoto, la gioia di resettare, sgombrare la vita d’intralci e rottami. Tabula rasa per farsi volatili. Ma alle spalle del cupio dissolvi risale l’horror vacui. Si decostruisce una casa, il contrario di un atto di fondazione. Smembrare una casa, cioè dividere i membri. Smembrare una casa, il contrario di rimembrare. Era rimasta la casa a raccontare della tua famiglia e a provarne la trascorsa esistenza. Anche le case hanno una loro personalità, ciascuna ha un suo odore, un carattere proprio; recano le impronte digitali di una vita, s’impregnano di gioie e dolori vissuti tra le loro pareti. Hanno un dna inconfondibile, le case.

Questa è la piccola storia domestica di una famiglia disciolta nell’acido corrosivo del tempo, che decise di cancellare i ricordi nefasti e riconvertire i resti salvabili in monodosi. La famiglia si scioglie, come l’orzo solubile che era nella credenza; lascia detriti al passaggio e macerie dentro di sé, cicatrici remote che non sanguinano più. Ciascuno va incontro alla sua vita, al suo futuro, alla sua vecchiaia. I componenti si guardano come naufraghi, sopravvissuti al disfarsi del loro mondo comune, e prendono strade diverse. Non si tratta di addii, non ci sono dissidi; ci si vedrà come sempre, si starà insieme talvolta. Ma il luogo comune si spezza, non c’è più la “nostra” tana. Un tempo la casa si smantellava con la morte dei cari; oggi, che fortuna, si muore da vivi.

MV, Anima e corpo (Mondadori, 2014)

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